Gotica a Roma. Siamo tutti Giovanni Tizian!
Giovedì 26 gennaio a Roma doppia tappa della campagna Io mi chiamo Giovanni Tizian, promossa dall’associazione daSud a tutela del giornalista Giovanni Tizian, militante dell’associazione e autore del libro-inchiesta Gotica. ‘ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea (Round Robin editrice).
Dalle ore 14 alle 19 il Comitato Giornalisti senza tutele: altro che casta promuove un sit-in, in piazza Montecitorio, intitolando l’iniziativa al collega Giovanni Tizian “4 euro a pezzo e sotto scorta. Siamo tutti Giovanni Tizian!”. L’iniziativa di solidarietà è volta a tenere alta l’attenzione sulla vicenda di Tizian, ma anche a “rompere” la solitudine di lavoratori “invisibili” e senza tutele. Il Comitato “Giornalisti senza tutele: altro che casta” è costituito dai giornalisti freelance, autonomi e parasubordinati di Stampa Romana e dal coordinamento precari “Errori di stampa” di Roma. L’adesione è aperta; per saperne di più erroridistamparm.blogspot.it.
La campagna Io mi chiamo Giovanni Tizian, promossa dall’associazione daSud, è in sintonia con la maratona “Altrochecasta”, organizzata il 22 gennaio a Occupy-Liberazione.
Alle ore 20:30 sarà invece Giovanni Tizian a presentare per la prima volta a Roma il suo libro Gotica. ‘ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea, assieme al magistrato Giuseppe Cascini (segretario ANM), presso il Teatro Centrale Preneste di Roma (via Alberto da Giussano 58).
L’incontro, organizzato dall’associazione antimafie daSud insieme alla Mediateca Giuseppe Valarioti, sarà anche l’occasione per lanciare la seconda fase della campagna Io mi chiamo Giovanni Tizian con la proposta di diffondere buone pratiche antimafie per cambiare l’Italia. Sono partner dell’evento la Federazione Nazionale della Stampa, la Fondazione Libera Informazione e Ossigeno per l’informazione. La manifestazione ha il patrocinio del Municipio VI.
Per motivi di sicurezza sono disponibili in teatro 150 posti. La biglietteria aprirà alle ore 20.30. L’ingresso è gratuito.
Libero Grassi a fumetti in Campidoglio
Si parlerà, anche a Roma, di antimafia, oggi mercoledì 18 gennaio, alle ore 18 presso la Sala del Carroccio di Piazza del Campidoglio. Libero Grassi (Cara mafia, io ti sfido), è il titolo dell’ultima graphic novel della collana Libeccio di Round Robin editrice, che assieme all’associazione daSud ripercorre la vicenda dell’imprenditore palermitano ucciso dalla mafia. Assieme agli autori Laura Biffi, Raffaele Lupoli e Riccardo Innocenti, interverranno Danilo Chirico, presidente Associazione daSud, Vittorio Cogliati Dezza, presidente Nazionale Legambiente, Santo Della Volpe, presidente Fondazione Libera Informazione, Tano Grasso, presidente onorario Fed. antiracket, Ivan Lo Bello, presidente Confindustria Sicilia, Paolo Masini, componente dell’Assemblea Capitolina.
La graphic novel ripercorre l’intera vicenda dell’imprenditore palermitano ucciso dalla mafia dopo aver intrapreso un’azione solitaria contro una richiesta di pizzo. Libero Grassi ebbe il coraggio di opporsi alle richieste di racket della mafia, e di uscire allo scoperto denunciando gli estorsori. Per il suo omicidio sono stati condannati nel 2004 i boss Francesco e Salvo Madonia.
Gotica a Modena, con Giovanni Tizian
Giovanni Tizian, il giovane giornalista costretto sotto scorta perché minacciato dai clan, presenta domenica 15 gennaio, alle ore 11:30, “Gotica. ‘ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea“, sconvolgente libro inchiesta sulle mafie al nord. Alla libreria Feltrinelli di Modena, in via Cesare Battisti 17, modererà l’incontro con Giovanni Tizian, Giovanni Gualmini (Gazzetta di Modena).
La campagna “Io mi chiamo Giovanni Tizian” dell’associzione daSud, nella quale milita Giovanni Tizian, ha raccolto in pochi giorni moltissime adesioni.
Per saperne di più leggi anche
Io mi chiamo Giovanni Tizian.
Io mi chiamo Giovanni Tizian
Giovanni Tizian, giovane giornalista autore di Gotica - Round Robin editrice – sconvolgente libro inchiesta sulle mafie al nord, è costretto a vivere sotto scorta perché minacciato dai clan.
Giovanni Tizian, scrittore e giornalista precario della Gazzetta di Modena, viene minacciato per il suo lavoro. Ad un mese dall’uscita di Gotica, il libro inchiesta che racconta traffici e ingerenza dei clan sul nord Italia, Tizian si trova di fronte a minacce che rendono necessaria una scorta per la sua tutela. Collaboratore del portale rivistaonline.com e liberainformazione, oggi scrive per il mensile Narcomafie, stopndrangheta.it, linkiesta.it ed è anche membro dell’associazione antimafie daSud.
La descrizione di come le mafie abbiano messo radici nel nord Italia, oltre la linea Gotica e fin dentro il cuore produttivo del Paese, è il risultato del lavoro giornalistico svolto da Tizian in questi anni. Figlio di un bancario di Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, barbaramente ucciso dalla ‘ndrangheta il 23 ottobre 1989, emigra con la mamma per sfuggire alla dura realtà del sud. La scelta di fare il cronista nasce proprio dall’esigenza di raccontare la trasformazione della società rispetto alla presenza e allo strapotere delle mafie nel nord.
Gotica racconta l’influenza dei clan nella politica e nel sistema produttivo tanto nella verde padania leghista, quanto nel cuore dell’Emilia rossa. Milano, Torino, Genova, Bologna… non c’è luogo oggi in Italia che si possa ritenere libero dal potere criminale dei clan.
Da ieri, 11 gennaio, è partita la campagna Io mi chiamo Giovanni Tizian di daSud: incontri, iniziative, presentazioni, dibattiti, campagne web e di comunicazione, per difendere il cronista e militante dell’associazione, Giovanni Tizian, costretto a vivere sotto scorta.
Per saperne di più ed aderire:
www.iomichiamogiovannitizian.org
Un ritratto di Pippo Fava, Paese Sera
Chissà cosa stava pensando Pippo Fava quando l’hanno ammazzato, la notte del 5 gennaio di 28 anni fa. Forse, andando a teatro dalla sua nipotina, pensava alle strade di Catania che lui viveva ogni giorno, ai vicoli della città etnea e ai palazzi signorili di chi ha voluto la sua morte. Magari stava proprio prendendo in giro uno dei tanti pupi in mano a Santapaola. Storie di tutti i giorni nella terra che ha fatto di tutto per dimenticarlo, ma che lascia in ogni dove qualcosa che Pippo Fava ha raccontato in una vita intera.
L’antieroe per eccellenza. Genio e spregiudicatezza. Un uomo capace di dialogare con un ministro, un cardinale, un operaio o una puttana allo stesso modo e riconoscendo a ciascuno pari dignità, non solo a parole. Nessun orpello a delineare il profilo di un uomo che ha avuto la straordinaria capacità di essere se stesso fino all’ultimo.
Una delle storie che forse meglio lo descrivono me la raccontò Riccardo Orioles, allora giovane giornalista che oggi si autodescrive come un fighetto di poche parole e dedito al suo lavoro certosino da cronista. Riccardo racconta che un giorno nella redazione dei Siciliani rimasero ad aspettare il direttore Fava per più di un’ora. Era una riunione importante, convocata da Pippo Fava stesso per discutere di alcune questioni relative alla cooperativa Radar. Pippo arriva accaldato e con il viso un po’ imbronciato quasi a nascondere un ghigno di imbarazzo per il ritardo. Ma non diede alcuna spiegazione. Qualche tempo dopo scoprirono che si era fermato con dei bambini per strada per una improvvisata partita a pallone.
Un uomo tutto d’un pezzo. Un grande amante della vita. Giornalista prima di tutto, ma anche brillante drammaturgo e scrittore attento che racconta la storia del nostro tempo senza fare sconti. Il Novecento che bisognerebbe imparare a capire e a cui dare un valore proprio come cercò di fare Giuseppe Fava con i suoi articoli, i romanzi, i racconti, le opere teatrali e persino i suoi quadri che descrivono donne bellissime e impossibili, assieme a uomini di potere disegnati con la sproporzione della pesantezza che circonda la loro vita.
Quando tutti a Catania negavano la presenza della mafia, Pippo Fava raccontava dei grandi cavalieri del lavoro che si nascondevano proprio dietro al crimine. La mafia non era solo quella dei morti ammazzati, ma soprattutto quella dei grandi appalti e dell’appoggio politico incondizionato. I cavalieri di allora hanno lasciato il posto a quelli di oggi che si nascondono dietro a fondazioni culturali, nomi altisonanti e imprese create proprio grazie ai soldi guadagnati allora. La mafia che garantiva e garantisce la non concorrenza e la spartizione tra pochi.
Oggi Pippo sarebbe ancora in giro per Catania a raccontare quello che vede. Storie di poesia, dolore, passione incondizionata e spregiudicata violenza, sotto un cielo di stelle che sembrano aver fermato il tempo nonostante siano passati quasi 30 anni. Poche cose ma importanti, prima di accendere l’ennesima sigaretta della giornata e infilarsi tra le braccia di una donna splendida per il fatto che sorride seducente e appagata solo vedendolo arrivare.
di Luigi Politano, su Paese Sera
Leggi anche il ricordo di Claudio Fava
Ciao Giorgio
Il partigiano Giorgio Bocca
L’omaggio di Roberto Saviano
Giorgio Bocca in Calabria, dove umiliano gli onesti
L’intervista a Giorgio Bocca, contenuta ne Il caso Valarioti
Nessun paradiso su Frigidaire
Immaginate un’Italia postdemocratica, opprimente, governata dal Partito unico, in un futuro prossimo, dove gli unici a mettere in discussione le decisioni del Governo sono un gruppo minoritario di pacifisti. E mettiamo che, un giorno, in un attentato, il Capo perda la vita per mano dell’anarchico Lucetti e i pacifisti siano accusati di aver organizzato e compiuto l’attentato. Ecco, ora immaginate questa narrazione che scorre in un presente contemporaneo, immaginifico, un eterno presente in cui convivono, e si mescolano, il peggior fascismo e il peggior berlusconismo. Immaginate un uomo borghese, che ha sempre vissuto di rendita, alle prese con un viaggio alla ricerca della verità su quello che è accaduto; quest’uomo è Lorenzo, il protagonista, angosciato da un malessere profondo e pesante come un macigno, che racconta, attraverso un flusso di coscienza, la sua storia: “Avrei voluto fare boxe. Poi non ho fatto boxe. Non ho fatto niente”. Immaginate quindi quest’uomo in fuga e questa Italia, figlia delle sue troppe storie sbagliate, in cui il Partito cerca di fare chiarezza e ristabilire l’ordine minato dall’assassinio del Capo. Lorenzo, durante il suo viaggio a Venezia, deserta di turisti e teatro di uno scenario di guerra, di complotto, di una storia di spionaggio e ricerca di verità troppo spesso insondabile, capisce che tutto è inutile, che il Partito è troppo forte e che il Potere non lascerà scampo per i dissidenti. Cosa salverà quest’uomo? L’amore. L’amore come unica cosa per cui val la pena vivere, e anche morire. Perché Nessun paradiso è un romanzo d’amore, ma anche molto altro. Ma l’amore basterà? L’amore, sola cosa per cui vivere, salverà lo stesso il protagonista? La sentenza spetta, ovviamente, solo al lettore.
Enrico Piscitelli, trentaseienne autore di Trani e blogger di lungo corso, si diverte a prendere a schiaffi la Storia per dare vita al suo racconto ucronico, in cui miscela e stravolge con padronanza e mestiere quasi cento anni di terribile Storia del nostro Paese. Ne viene fuori un lavoro di distorsione dell’immaginario che sfocia in questa breve ma godibilissima distopìa tutta da leggere.
Punto debole, a mio avviso, della narrazione di Piscitelli è forse l’eccessiva ricerca di virtuosismi letterari, di una forzata demarcazione di stile che rende la scrittura, in alcune ripetizioni, meno scorrevole di quello che, probabilmente, avrebbe potuto essere.
Infine, da segnalare, due piccole note dolenti che riguardano l’aspetto grafico della quarta, stampata con codice isbn, prezzo e citazione decentrati e, più grave, la presenza di alcuni fastidiosissimi refusi (ad esempio Guggheneim, Pierpaolo Pasolini) che un piccolo editore, in questi brutti tempi per la piccola editoria, non dovrebbe permettersi. Dettagli minimi, ma importanti, che rendono ostico l’approccio al lettore che, per fortuna, saprà senza dubbio rifarsi con le riflessioni che il breve romanzo d’esordio di Piscitelli saprà accendere.
Round Robin, pagine 101, euro 12,00
Natale De Grazia. I veleni del passato riemergono
Sedici anni fa moriva il capitano Natale De Grazia, il 13 dicembre 1995, mentre indagava sul traffico di rifiuti e sulle cosiddette navi dei veleni. De Grazia era collaboratore del magistrato Francesco Neri, titolare delle indagini sugli affondamenti delle navi a perdere. La notte della sua morte, si dirigeva con dei colleghi in auto verso la Liguria per ascoltare l’equipaggio della Motonave Rosso ed altri testimoni. Fu colto all’improvviso, alla guida, da un malore le cui cause non sono mai state chiarite.
In occasione della commemorazione, organizzata dal comitato civico che porta il suo nome, in collaborazione con l’associazione antimafia daSud, sarà presentata la graphic novel Natale De Grazia. Le navi dei veleni, alla cui copertina si ispira la locandina dell’evento che si svolgerà ad Amantea oggi, martedì 13 dicembre, ore 18:30, presso la sala conferenze dell’Hotel Mediterraneo.
La presentazione sarà spunto per affrontare anche il tema dei veleni che sono riemersi dal sottosuolo del fiume Oliva, in provincia di Cosenza, contaminazione che ha destato anche l’attenzione della Comunità Europea. L’indagine in corso ha già consentito di individuare alcuni siti contaminati da sostanze altamente tossiche, e la presenza in quest’area anche di contaminazione radioattiva da Cesio 137. Si tratta per lo più di fanghi industriali e idrocarburi, interrati e di provenienza non riconducibile alla regione Calabria. Sono stati contaminati sia i territori e le falde acquifere della zona.
Intervengono:
- Alfonso LORELLI per il comitato Natale De Grazia
- Salvatore VITELLO – Procuratore Capo di Lamezia Terme
- Danilo CHIRICO – Presidente associazione daSud onlus
- Raniero MAGGINI – vice presidente Wwf Italia
- Enzo MANGINI – Scrittore Fumetto
- Pierdomenico SIRIANNI – Disegnatore fumetto
- Roberto DE LUCA – Docente Unical
- Luigi POLITANO – Giornalista (moderatore)
Per saperne di più:
Comitato Civico Natale De Grazia
Natale De Grazia. Le navi dei veleni (Riccardo Bocca)
La strage di Piazza Fontana 42 anni fa
Sono passati quarantadue anni, ma il mistero rimane intatto. Chi è il responsabile della strage di piazza Fontana che il 12 dicembre del 1969 ha causato la morte di 17 persone cambiando di fatto la storia d’Italia? E cosa c’è dietro il tragico destino dell’anarchico Pinelli, precipitato dal quarto piano della Questura durante un interrogatorio? Domande che si fanno largo ne La bomba e la Gina (Intorno a Piazza Fontana), l’esordio letterario di Marco Codebò, che ripercorre il tragico attentato all’interno della Banca dell’Agricoltura, intrecciando l’inchiesta giornalistica e la narrativa.
Nel giorno dell’anniversario della strage, riportiamo uno stralcio dell’intervista all’autore.

La bomba e la Gina. Il protagonista della storia parte da una frase di Pasolini per cominciare la sua ricerca della verità…
È perché quella frase rappresenta ancora il massimo di verità a cui si è arrivati su Piazza Fontana: lo sappiamo tutti chi è stato ma non possiamo dirlo. Quindi in realtà non sappiamo un bel niente.
Quella di Pinelli e di piazza Fontana è una vicenda che molti dicono di conoscere ma che in realtà pochi sanno veramente. In molti confondono vittime con i carnefici, i fatti con le opinioni. Secondo te, come mai?
Perché è stato un evento fondante. Per me la Seconda Repubblica trova le sue radici in Piazza Fontana; e quando dico Seconda Repubblica, intendo una forma Stato costruita contro il 25 aprile. Allora è evidente che intorno a quell’evento non ci può essere altro che omertà e periodici tentativi di confondere le acque. Da parte di tutti, di chi sta al potere e di chi ne è escluso, ma fare finta di niente nella speranza di arrivarci un giorno. Le uniche voci di verità sono quelle dei parenti delle vittime, che non le ascolta nessuno, come fossero dei nonni un po’ fissati.
Ci spieghi il titolo, perché La bomba e la Gina?
Il problema è la Gina, credo. Viene nominata una sola volta, a due righe dalla fine. Rappresenta la coscienza popolare, quella che ha intuito da subito che ci stavano raccontando delle frottole con la pista anarchica. Senza quella coscienza a cambiare il clima, anche il lavoro di giornalisti coraggiosi come Cederna, Bocca, Stajano, per dire solo quelli che ora mi vengono in mente, non sarebbe servito e gli effetti della bomba sarebbero stati anche peggiori di quelli che poi sono stati.
Tu sei del 1952. Quando scoppiò la bomba a Piazza Fontana avevi perciò 17 anni. I tuoi ricordi di quei giorni?
Mi ricordo il giorno dopo. Quel mio professore di storia, uno che ci aveva aperto il mondo, entrò in classe e disse: “Studenti assassini”. Voleva dire il Movimento, quelli che facevano gli scioperi. Ero uno di quelli, ma proprio all’inizio, l’anno prima ero ancora nei boyscout. Pensai che aveva ragione, che qualcuno agli estremi del movimento aveva davvero messo la bomba. Cominciai a cambiare idea quattro giorni dopo, quando il telegiornale diede la notizia della morte di Pinelli. Non credere al suicidio di Pinelli è stata la prima vera ribellione della mia vita.
Il tuo libro non vuole svelare nulla. Il mistero di quel giorno e dei giorni successivi allo scoppio della bomba rimane intatto. Credi che si arriverà mai, non dico ad una soluzione dei tanti buchi neri ancora irrisolti, ma almeno ad una versione condivisa su ciò che è accaduto quel 12 dicembre 1969 a Milano?
La verità documentata, quella che è prima giudiziaria e poi diventa storica, è perduta per sempre. Ci hanno manomesso l’archivio, rubata la memoria. La notizia di questo crimine, del furto, bisogna continuarla a ripetere e passarla ai figli e ai nipoti. La versione condivisa, per i motivi che ho detto prima è impossibile: lo Stato in cui viviamo è figlio di Piazza Fontana. Dobbiamo aggrapparci a Pasolini e alla Gina. L’intellettuale che sa e la coscienza popolare che intuisce, anche se l’ultima non sta troppo bene di salute negli ultimi tempi e avrebbe bisogno di qualche Pasolini.
L’intervista completa è disponibile sul sito www.roundrobineditrice.it.
Dove va a finire il libro?
Alle porte della X edizione di Più libri più liberi, si discute del futuro del libro su Radioarticolo1.it. “Dove va a finire il libro?”, è questa la domanda che ci pone lo speciale di Elleradio, lunedì 5 dicembre, dalle ore 12 alle 13.
Dedicato al mondo dell’editoria, lo speciale affronterà con particolare attenzione la filiera del mercato editoriale, il fenomeno dell’e-book, e la progressiva e inesorabile crisi di molte storiche librerie, che non riescono a sopravvivere al fenomeno megastore.
Ne parleranno gli editori Sandro Ferri (E/O) e Marco Cassini (Minimum fax), Marco Croel (Simplicissums book Farm), i lavoratori del poligrafico di Milano del quotidiano “Repubblica”. Concluderà con il suo intervento Rodrigo Dìas (Libreria Croce), a pochi giorni dalla chiusura della storica libreria romana. In studio Emiliano Sbaraglia e Stefano Milani.























