Credo che se sono diventato un certo tipo di scrittore lo devo alla passione antifascista. La mia sensibilità all’antifascismo continua ad essere assai forte, lo ricordo ovunque, persino quando il fascismo riveste i panni dell’antifascismo. E resto sensibile all’odierno, possibile, fascismo italiano. Il fascismo non è morto. Convinto di questo, sento una grande voglia di combattere ed impegnarmi di più, di essere sempre su questo fronte.
Con queste parole Leonardo Sciascia descrive la sua passione per l’impegno civile, un tema costante nella sua produzione narrativa e nella sua attività istituzionale. Due anime, quella politica e letteraria, che nella sua figura si fondono in un binomio inscindibile, tanto da rendere impensabile la comprensione dello Sciascia scrittore senza passare attraverso lo Sciascia uomo politico. E viceversa. A ricordare questo personaggio quasi unico del Novecento italiano, a vent’anni dalla morte, un convegno organizzato dal circolo culturale Enrico Berlinguer di Albano Laziale.
“I liceali degli anni ’60 devono molto ai suoi libri, perché è attraverso le sue opere che si sono formati un’idea della Sicilia e della mafia – spiega Carmelo Ucchino, responsabile delle attività del circolo – Il fenomeno mafioso, in quelle pagine, non viene raccontato con autocommiserazione né con autoassoluzione. In poche parole – conclude – vengono disvelate cose che, all’epoca, nessuno voleva vedere”. La mafia che emerge dai suoi scritti non è “la mafia dei ladruncoli di bassa lega, ma quella dei personaggi che rivestono importanti ruoli pubblici – ricorda Emanuele Macaluso, giornalista, ex direttore de L’Unità e un passato nella segretaria regionale del PCI – Sciascia ha avuto il pregio di insegnare al mondo cosa fosse realmente il fenomeno mafioso, descrivendo la sua appartenenza alla società. Solo con una battaglia culturale si può tentare di sradicarlo – commenta – In questo caso il giustizialismo non sortisce alcun effetto”.
Ricorrente, nei suoi scritti, il tema della legalità, dell’amministrazione della giustizia e della sua applicazione da parte di uno Stato contro cui il singolo individuo si trova a lottare. La coerenza della sua “missione letteraria” trova terreno fertile nella stagione politica di quegli anni, che lo vede prima nelle fila del PCI, da cui si allontana perché contrario al compromesso storico, poi come deputato del Partito Radicale e membro, fino al 1983, della commissione parlamentare di inchiesta sulla strage di via Fani e sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. Lavoro politico e produzione intellettuale che seguono percorsi paralleli, seppure destinati a confluire in un unico fine: la ricerca della verità, nuda e cruda, senza artifici o astrazioni. Il suo stile narrativo, secco e lucido, diventa uno strumento con cui costruire un contropotere che permetta alla società civile di non soccombere dinanzi allo Stato. Un uomo che ha saputo assumere su di sé delle responsabilità politiche molto forti. Un intellettuale che ha vissuto il suo impegno nella società civile non senza una punta di malinconia per un Paese, l’Italia, prigioniero di alcuni meccanismi, cui egli stesso ha cercato di dare delle risposte.
La stessa malinconia che emerge in alcuni passi di un carteggio intercorso con la scrittrice Anna Maria Ortese, contribuendo a rendere le sue parole davvero attuali, oggi più che mai:
Che cos’ è questo Paese? Un Paese, sembra, senza verità; un Paese che non ha bisogno di scrittori, che non ha bisogno di intellettuali. Disperato. Pieno di odio. E nella disperazione e nell’odio propriamente spensierato, di una insensata, sciocca vitalità.
Valeria Nevadini















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