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Calabria, E ti sembra niente il mare?

‘a Calabria è morta è il primo testo drammaturgico che Ernesto Orrico, noto e apprezzato attore e regista cosentino, ha deciso di pubblicare. Il testo, accompagnato da video e musiche, è stato portato sulla scena nel 2009 in diversi teatri calabresi. Unico interprete Orrico, con la regia dello stesso A. e di Manolo Muoio, con riprese e video di Gianluca Bozzo, Costantino Sammarra ed Elisa Ianni Palarchio.

Il libro, edito dalla casa editrice Round Robin, con prefazione di Daniele Gambarara e postfazione di Lucia Grillo, fa parte della collana Corsari. Nella collana, evidente richiamo all’audacia e all’onestà intellettuale di Pasolini, ben s’inserisce il testo di Orrico, che ha scelto provocatoriamente un titolo iperbolico e coraggioso, poiché la Calabria è «un posto pericoloso da spiegare» (p.14). Il testo ha inizio con una favola triste: «C’era una volta una terra disgraziata / il problema è che c’è ancora […]. C’era una volta e purtroppo c’è ancora / una somma di vicoli e rivoli e grotte infinite / un insieme di strade cattive interrotte e bellissime […].C’era una volta / un problema da risolvere un porto da costruire / una fabbrica da aprire un consorzio da creare / un progetto da inseguire un finanziamento da coprire / un depuratore da depurare / c’era una volta un processo da insabbiare / c’era una volta piazza Fontana» (pp. 13-14;17).

Nel suo scritto, attraverso una lucida analisi dell’attuale situazione calabrese, Orrico tocca sapientemente i problemi che affliggono la regione e l’Italia tutta, in primis: la corruzione, la disoccupazione e l’inquinamento. Il testo teatrale è un monologo a cui dà voce e corpo l’A. che nei suoi versi, mediante anafore, allitterazioni, giochi linguistici e omissione di segni di interpunzione, per un recitato sostenuto e dinamico, denuncia la mafia in tutte le sue manifestazioni, in una terra in cui chi comanda non affronta i problemi, ma offre distrazioni e contentini. L’A. delinea ironicamente le tante figure di lavoratori, presunti o aspiranti tali, ed emigranti: dagli operai cassintegrati, ai precari che lavorano al Nord a spese dei familiari del Sud, a coloro che decidono rimanere («sono contento sono professore anche se non raggiungo la cattedra piena anche se sono professore ad ore… ma son contento anche se durerà poche ore…», pp. 24-25), ai tantissimi neo-laureati che aspettano l’occasione giusta, tanto «prima o poi diventa sottosegretario il cognato della zia di mia madre» (p. 24). Rimanere, per sopravvivere, in una terra in cui le denunce sono simili al grido di un profeta nel deserto è un pericolo, si rischia di perdere la propria voce, di smarrire il desiderio di migliorare e di essere soppressi dalla violenza. Il velleitario sogno americano, evocato mediante le note della chitarra di Jimi Hendrix, di una regione che potrebbe «vivere tranquillamente con il turismo» (p.23), cozza con la triste abitudine calabrese al servilismo, sottolinea Orrico: «senza padrini da baciare come posso stare […] /senza logge da onorare come posso stare/ […] senza mani da lustrare come posso stare /calabrese reticente […]» (p. 27). Ma l’omertà e la cautela del calabrese sono dovute alla mancanza di punti di riferimento, in una regione dove domina il disorientamento, fomentato dalle false promesse dei politici.

Emerge, dunque, il netto contrasto tra la bellezza naturale e paesaggistica di una terra potenzialmente ricca e fiorente, l’antica Magna Grecia, e l’amara realtà in cui essa stenta a resistere, uccisa dall’inquinamento di navi fantasma, da smottamenti e allagamenti. La Calabria non ha più niente, ma come direbbe Modugno nella bellissima canzone: «Non ho niente e ti sembra niente il mare? Ti sembra niente il sole! E’ meraviglioso…».

Orrico, con ironia e sarcasmo, denuncia la situazione di una regione massacrata, ma al tempo stesso, mediante un appassionante appello all’Europa, auspica che la condizione della Calabria non venga dimenticata e chiude l’opera con un’esortazione ai calabresi a non essere emigranti, ma dissidenti per creare un nuovo destino mediante il coraggio della comunicazione.

13 luglio 2010
di Teresa Caligiure, su Calabria ora

Teresa Caligiure è dottoranda di ricerca presso il Dipartimento di Filologia dell’Università degli Studi della Calabria.

Corsari a Roma!

Lunedì 10 maggio, alle ore 18, la Round Robin presenta, presso la libreria MelBookStore di Roma, in via Nazionale 245, la collana Corsari, curata da Danilo Chirico dell’Ass. daSud.

Corsari è un’idea e un’ambizione: essere spazio per costruire un modo di pensare e praticare Sud. Corsari è una collana infedele a i generi: li mescola, li stropiccia, prova a metterli in discussione. Per ridiscutere.

Sono già in libreria e già apparsi sul nostro blog, con testi e video:

‘A CALABRIA E’ MORTA di Ernesto Orrico
CANTASTORIE di Nino Racco

Alla presentazione, alla quale l’autore Ernesto Orrico parteciperà anche con una performance teatrale, interverranno:

- Ernesto Orrico (autore de “‘a Calabria è morta”)
- Daniele Gambarara (docente universitario)
- Danilo Chirico (daSud onlus, curatore delle collana “Corsari”)

Al termine verrà offerto un aperitivo.

Come nasce la collana Corsari

Un volumetto esile ma ricco di spunti

‘a Calabria è morta
di Ernesto Orrico

La collana Corsari, diretta da Danilo Chirico, debutta con due titoli, Cantastorie di Nino Racco e ‘A Calabria è morta di Ernesto Orrico. E’ una partenza interessante sia perché consente di leggere sulla carta testi teatrali che, per la fuggevolezza delle produzioni teatrali calabresi, sarebbero condannati a una rapida scomparsa; sia perché vuol tracciare una linea di teatro civile, e non soltanto, di narrazioni civili, che sono linfa vitale di una terra che troppo spesso si caratterizza per la sua incivile rassegnazione.

Un volumetto esile, questo di Orrico, che rappresenta la versione testuale di uno spettacolo teatrale che è già andato in scena. Gli spunti sono tanti. Uno, probabilmente il più interessante, è il pastiche linguistico. Inglese e calabrese, italiano e linguaggio gergale convivono; ma non è un’operazione tardo avanguardistica, si tratta anzi di una rappresentazione iperrealistica, perché è proprio questo il parlato che corre oggi nelle strade e lungo i telefoni calabresi. E ci sarebbe da aggiungere, probabilmente, il polacco e il magrebino e il rumeno. Poi c’è la lettura “politica”, ampliamente sviluppata nell’introduzione scritta da Daniele Gambarara. Ossia il riferimento a un sistema gelatinoso in cui tutto si compra e un giro ristretto di governanti decidono tutto, dai posti di lavoro agli affari. Mentre nella società civile troppo spesso predomina il lasciar andare, il lamento sterile, la rinuncia. Di qui il grido-denuncia “’A Calabria è morta”. Che tuttavia, per la peculiarità della sua intonazione, si può leggere in tanti modi. Dall’indignazione allo sberleffo, dalla protesta al lamento; e persino in chiave di sfida revanchista. Il finale, peraltro, apre alla speranza, accenna a una figura di “dissidente calabrese” che potrebbe preludere a un mondo altro, indefinito e lunare ma nutrito e rinnovato dal sangue del contatto umano, dall’ebbrezza dell’amore.

di Franco Dionesalvi, Il Quotidiano della Calabria


Selvaggia bambina

La domenica poi si andava a far visita ai nonni, con la “Giardinetta” verde-oliva, il lungo viaggio da Bubalina a Valle Oscura durava due ore e mezzo. A Roccella Jonica, esattamente a metà strada, al bar della curva, mamma e papà si fermavano per un caffè o per una gassosa se era estate.
Quella volta io rimasi in macchina, non avevo voglia né di un gelato né di un buondì, ma della selvaggia bambina che giocava a palla sbattendola contro il muro di fianco al bar.
La selvaggia bambina giocava e guardava, guardava e giocava, e fu quella la prima volta che sentii qualcosa di strano dentro il mio cuore, e le gambe tremavano e il respiro si faceva ora corto ora ampio ora affannoso ora leggero e infinito.

Ripartimmo con troppa esagerata fretta e le altre domeniche non vidi più selvaggia bambina giocare a palla al bar della curva.

Cantastorie – Visionari e intimistici quadretti, appunti di viaggio, microstorie che potrebbero diventare spettacoli teatrali, meditazioni sulla vita sull’arte e sul mestiere di un attore cantastorie in giro per l’Italia e oltre… Quasi un rapido e sintetico diario di lavoro composto tra una replica e l’altra, cinque minuti prima di entrare in scena, il tempo di una pausa-sigaretta durante le prove dello spettacolo. Gli entusiasmi, i dubbi, le (dis)illusioni di un artista come funambolo teso tra durezza e utopia.

Nino Racco, attore di teatro, regista, performer ma soprattutto reinventore del cantastorie in strada e a teatro. Artista volontariamente e involontariamente “fuori dal giro” per tematiche affrontate ed eterodossia stilistica. Memorabile un suo Storia di Salvatore Giuliano (1989) con oltre mille repliche in Italia e all’estero.

Round Robin, collana Corsari, 5 euro

Corsari è una collana (diretta da Danilo Chirico) fuori dai generi che va alla ricerca “del racconto autentico del Sud”. E’ uno spazio inedito per “per costruire un modo di pensare e praticare Sud. È un progetto culturale “fondato sul gusto del blitz creativo”, sull’impegno civile e intellettuale, sulla curiosità. “È un luogo – si legge nella presentazione di Danilo Chirico – di scritti irregolari e irrituali. È il ritratto incompleto di storie e persone, di luoghi e luoghi comuni”. È un percorso artistico alla ricerca di “contraddizioni da sollevare, buchi da riempire, immaginari da scovare, padrini da rovesciare, meccanismi da scardinare”. E’ uno strumento per discutere del Mezzogiorno. Il nome Corsari è naturalmente un omaggio a Pier Paolo Pasolini. Il progetto è anche un blog e un indirizzo email aperti a proposte e idee.

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