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antonino caponnettoArchivio per parole in viaggio
La borgata, dall’Inghilterra alla periferia romana con Luna di Lenni
Emanuele Berardi presenta, in collaborazione con Rare Tracce, Luna di Lenni presso il Circolo Culturale in viale della Primavera 319/b a Roma. Assieme all’autore, alle ore 21, interverrà Gianfranco Bongiovanni, conduttore di Questa terra è la mia terra (Radio Città Aperta 88.9). Prima della presentazione sarà proiettato il film This is England alle ore 19.
This is England, di Shane Meadows
ore 19, film (101 min)
Inghilterra 1983. Shaun è un dodicenne spesso irriso dai compagni di classe. Al momento delle vacanze estive il ragazzino entra a far parte di un gruppo di skinhead, che lo prendono sotto la loro ala protettiva. In questo paesino della provincia inglese Shaun crescerà con i nuovi amici, tra Dr. Martens e contraddizioni, in un periodo difficile per la nazione coinvolta nella guerra delle Falkland.
Luna di Lenni, di Emanuele Berardi
ore 21, libro (232 pag)
Periferia romana. Musica anni Ottanta e un orizzonte sempre uguale. Per Lenni l’incubo di Černobyl’ visto in tv da bambino non è mai passato. Cresce con gli amici e suo fratello. Nutrono odio verso una società lontana, blindata. Ha un rapporto speciale con la Luna, Lenni, sempre presente nel momento del bisogno. Quando sopraggiunge la coscienza politica, i ragazzi si organizzano in una contestazione violenta che esce dall’università per mettere piede nel quartiere. L’improvvisa crescita ha il volto della sofferenza, causata dalla malattia di un amico e la scoperta di una campagna bolognese, ancora lontana da manipolazioni artificiali. A Roma, nel frattempo …
E…state al circo!
Kick-off della Notte Bianca livornese, questa sera sabato 30 luglio alle 19:30 presso la Libreria Belforte (via della Madonna 31), con una presentazione performante de Il circo Ivankovic. Con l’autore Daniele “Pinhead” Cerrai e l’impossibile accoppiata Pardo Fornaciari e Claudio Cecere, anch’essi nel ruolo di prodi freak. Letture, siparietti cugi e aneddoti nello spirito di una letteratura popolare. A seguire sbicchierata.
Segui il circo su facebook!
La famiglia di pietra in classifica
La famiglia di pietra, di Gregorio Magini, si è posizionato undicesimo nella classifica di qualità del mese di febbraio di pordenonelegge-Dedalus.
L’iniziativa è promossa da pordenonelegge.it e dai membri fondatori del Premio “Stephen Dedalus”. I 140 “Grandi Lettori” che costituiscono la giuria, a scadenze regolari, valutano i libri italiani usciti negli ultimi mesi e stilano la classifica di qualità.
1. Walter Siti, Autopsia dell’ossessione, Mondadori, p.71
2. Franco Cordelli, La marea umana, Rizzoli, p.62
3. Andrea Bajani, Ogni promessa, Einaudi, p.36
4. Aldo Nove, La vita oscena, Einaudi, p.30
5. Gilda Policastro, Il farmaco, Fandango, p.21
6. Sandro Veronesi, XY, Fandango, p.19
7. Alessandro Mari, Troppo umana speranza, Feltrinelli, p.15
8. Adrian Bravi, Il riporto, Nottetempo p.13
9. Cristiano Cavina, Scavare una buca, Marcos y Marcos, p.12
9. Ernesto Aloia, Paesaggio con incendio, minimum fax, p.12
11. Gregorio Magini, La famiglia di pietra, Round Robin, p.11
11. Piero Pieri, Les nouveaux anarchistes, Transeuropa, p.11
13. Alessandro Piperno, Persecuzione, Mondadori, p.10
13. Alessandra Saugo, Bella pugnalata, Effigie, p.10
Il Circo Ivankovic: il clowncattivo
Il Circo Ivankovic è in movimento. Leggi il blog dell’assassino. Ma chi è il clowncattivo? Scoprilo, prima che sia lui a scoprire te.
Luna di Lenni
Venticinque anni dopo, oltre le barriere militari, una sinistra foresta grigia aveva ripreso a respirare. Da quando l’uomo non era più la specie dominante, a brucare tra le sterpaglie contaminate erano tornati gli animali di un tempo: cinghiali, alci, cervi, volpi. Esemplari di taglia più piccola, dal pelo rado, aggressivi, sopravvissuti al carico di mutazioni genetiche provocate da una natura ormai violata. L’uomo invece non ce l’aveva fatta. Aveva tappato alla meglio la falla ed era fuggito lasciandosi alle spalle abitazioni dismesse, croci e fantasmi di gente morta nel disastro. La grande ambizione socialista era svanita alla fine di un esperimento andato male, sepolta per sempre sotto un velo di polvere radioattiva.
Era stato zio Augusto a regalarci il cucciolo. Facevamo le medie.
― Trattatelo come si deve, non è un giocattolo, ha dei sentimenti!
Allora io e Claudio avevamo subito cominciato ad accudirlo come pensavamo fosse giusto fare con un cagnolino: il guinzaglio, l’osso per farsi i denti, la cuccia, il cuscino. Divorava tutto! Tutto quanto. Qualsiasi cosa gli capitava a tiro finiva triturata nella sua bocca.
― Non lo sapete governare, ― ci aveva sgridato il veterinario. ― Con il cucciolo occorre giocare, ma allo stesso tempo bisogna avere polso, altrimenti prende il sopravvento e via! Com’è che si chiama?
― Cipo.
― Ok Cipo, vieni qua.
Dovettero afferrarlo in quattro, bloccargli il muso e legarlo al termosifone. Soltanto così il veterinario era riuscito a fargli il suo primo ed unico vaccino.
― È un caso difficile signora, deve aver sofferto durante il parto, vedrà che se continua così occorrerà sopprimerlo.
All’inizio giocavamo assieme, con il tempo però, uno speciale istinto selvatico lo aveva reso sempre più indipendente e la faccenda dello sviluppo della scatola cranica più lento dell’encefalo risultò tutta un’idiozia. Cervello compresso o no, cominciò a presentarsi in casa per mangiare e dormire che non aveva nemmeno cambiato tutta la dentatura, e neanche sempre.
Con gli altri ci eravamo incontrati alle elementari e per strada. Luchino, Zack, Federico. Figli di gente che faceva lo sgobbo nel quartiere. Lo zio Augusto, invece, capitò nella nostra infanzia quando il signor Mariotti si era fatto ormai troppo vecchio. Un rapporto in costante equilibrio tra disprezzo e poesia. Cazzotti in testa, ma anche sballate a non finire, visto che lui, d’energia, ce ne aveva avuta sempre da vendere, soprattutto con le donne, che quando ce ne era in giro qualcuna che gli piaceva gli venivano due occhi così.
― Ecco fatto, diecimila a testa, ripasso a prendervi alle sei.
― Sette.
― D’accordo, sette. E mi raccomando, silenzio!
L’altro era Mahatma. Sua madre era bellissima da bambini. Capelli neri, gonne lunghe, sandali colorati. Ci faceva salire in casa e ci offriva aranciata e biscotti. Aveva il pallino dell’India. Ricordo una foto in cucina che la ritraeva assieme ad un ragazzo tutto barba e capelli e una specie di santone brutto e scheletrico che teneva in braccio il piccolo Mahatma. Sembrava una liceale. Vivevano soli. Lei e suo figlio Maurizio che chiamava Mahatma: ― Perché in fondo, ― diceva, ― il piccolo Maurizio è una grande anima.
Durante il liceo io e Mahatma trascorrevamo interi pomeriggi assieme: studiavamo, passeggiavamo per il quartiere. Ce ne andavamo nelle librerie o nei negozi di dischi a vedere le novità. Cipo ci seguiva distrattamente, il più delle volte se ne andava avanti per i fatti suoi assecondando qualche scopo ben preciso senza badare affatto a noi. Conosceva le strade, i percorsi, ed era anche amico dei negozianti. Con loro aveva imparato a fare il disgraziato fin da cucciolo. Si avvicinava con la coda bassa, uggiolava, si lasciava accarezzare come un animaletto da presepe, ritirava il suo premio e se ne andava via scodinzolando. Finivamo sempre nello stesso negozio di animali. Cipo rimaneva fuori ad osservarci attraverso le sbarre delle gabbie dei pappagalli esposti in vetrina. Profondo blu vendeva ogni specie di pesci tropicali, persino uno squalo autentico, ma a dire il vero, ci facevano pena tutte quelle bestie sotto vetro. Ci muovevamo allora con un po’ d’impaccio tra gli acquari scambiandoci occhiate miste di meraviglia e sconcerto, e quando uscivamo fuori di lì, il più delle volte, Cipo non c’era più.
Ma il Mahatma del liceo non era più il Mahatma di quando eravamo ragazzini. Col tempo i boccoli erano diventati riccioli rossastri e non era nemmeno più così ciccione, si era fatto robusto, alto, forte, con mani che sembravano palanche. Una fifa bestiale a starsene in porta quando calciava un rigore.
Studiava con passione, amava Italo Svevo, diceva che la sua opera migliore era Senilità, allora si cercava una sedia e cominciava a raccontare dell’amore impossibile tra Emilio Brentani e Angiolina Zarri.
― Svevo, ― diceva, ― è un maestro insuperabile nella descrizione dei sentimenti che nobilitano le grandi anime.
Adorava anche Pirandello.
― L’opera letteraria di Pirandello è tutta incentrata nell’evidenziare il contrasto tra l’essere profondo dell’uomo e la realtà che lo circonda.
Che forza! Ore ed ore a sentirgli raccontare queste cose. Per strada e a scuola, durante le interrogazioni d’italiano.
― Benissimo Maurizio. Quanto gli diamo al Fragapane? Otto? Nove?
Eravamo cresciuti entrambi senza padre e questa cosa, in qualche modo, ci aveva reso fratelli, ma di questa faccenda non se ne parlava mai.
Continua a leggere il primo capitolo …
Emanuele Berardi racconta Luna di Lenni
In questo romanzo si vede sullo sfondo una Roma decadente, cupa, antica, quasi come in certi film neorealisti. È solo una scenografia oppure teatro che dialoga coi protagonisti?
L’analisi delle forme e del confine fisico tra i personaggi e lo scenario architettonico in cui essi prendono vita, racchiusi in un unico ambiente, è un aspetto cruciale di questa storia. Lunghe riprese “girate” all’aria aperta dunque, con il grigio nella sua completa scala armonica che fa da sfondo, contrastato da schizzi di colori acidi in primo piano che riportano ad un’era decisamente più moderna.
A più riprese appare nel romanzo la teoria del superorganismo: la scienza, Cernobyl, l’ipotesi Gaia. Secondo me meritano qualche parola in più.
Ancora una volta la precisa scelta di voler mantenere uniti ambienti e personaggi. Per Lenni (uno dei protagonisti marcato stretto dalla tastiera del mio pc) una spiegazione forse esiste: “Che non sia un superorganismo vivente questa città, questo modo di vivere moderno. Un parassita commensale, feroce”. Un’interpretazione scientifica ricalcolata sul modello dell’ipotesi Gaia che estende la vita dell’intero pianeta fin dentro le strutture inerti di cemento armato, dove il disastro di Černobyl’, allucinazione ricorrente, ne testimonia una natura mutata, infetta, irrimediabilmente perduta.
Tornando a Roma, i due elementi chiave sono la periferia dove sono cresciuti i protagonisti – a proposito: bisogna parlare di protagonisti al plurale, giusto? – e l’università. Che vincolo c’è tra questi elementi e la storia? E in che modo motivano/muovono le vicende che narri?
La periferia romana, nei quartieri di Centocelle, Casilino ventitré e Tiburtino III è popolata nel mio romanzo da “attori non professionisti”. Lavoratori disagiati, frustrati, disperati, poeti involontari. Questi i luoghi dai quali i ragazzi partono la mattina, tornano la sera e vivono nottate tirate al massimo. L’università d’altra parte li riunisce tutti. Fanno gruppo, militano attivamente e si organizzano in un servizio d’ordine autonomo e determinato. Scendono in piazza, lottano assieme, ma ognuno con qualcosa di suo in testa. Cipo è un cane anarchico, Lenni è un uno spietato guerrigliero urbano romantico come un corteggiatore d’altri tempi, e la luna, per lui, è un’amica con cui confidarsi. Suo fratello Claudio vive delle gesta “eroiche” dei combattenti degli anni di piombo. Ilič non è più un ragazzino, Stefano invece si comporta ancora da adolescente. Flavio Marcocci è un avvocato che riesce sempre a “tirarli fuori”. Nel gruppo finisce pure Busceni, un ex sindacalista cinquantenne… e poi Luchino, Federico, Mahatma (nerd fissato con la letteratura del Novecento) e Pippo, punk quarantenne, disadattato, perennemente ubriaco. Questi i protagonisti.
L’esperienza dei collettivi universitari: la politica e la cultura, le aule di Lettere e le lunghe discussioni sul futuro e la storia, i giovani e il mondo intorno, qualcosa che, a mio parere, negli anni ha perso slancio e coraggio. Secondo te cos’è cambiato?
Attualmente vivo in Belgio. Me ne sono andato via da un’Italia senza stipendi da pagare appena finito il dottorato di ricerca. Vista da fuori l’Italia è un paese narcotizzato. C’è un gruppo di predoni pluripregiudicati che spadroneggia come vuole. Febbraio 2011: in giro per il mondo ci sono dittatori in fuga. Inquietudine, attesa. L’Italia alterna periodi di stallo a piazze gonfie di manifestanti, come d’altronde insegna la storia. No, in quest’ottica non credo che ci sia stata una perdita di slancio e coraggio. Ai miei tempi c’erano le “tute bianche”, poi i “no global”, ora “l’onda”, insomma, ci sa saranno sempre collettivi universitari, aule occupate, cavalieri romantici vestiti di carta velina, belli come il sole e coraggiosi come autentici guerrieri, pronti ad invadere una qualsiasi altra Genova per farsi sentire.
Il testo integrale dell’intervista è su www.roundrobineditrice.it
Il Circo Ivankovic
Un Circo si esibirà dalle nostre parti. L’abbiamo letto e ce ne siamo innamorati fin da subito. Ora, giusto il tempo di mettere a punto qualche piccola sfumatura e potrete anche voi assistere allo spettacolo … nel frattempo seguitene gli spostamenti sulla sua pagina facebook: IL CIRCO IVANKOVIC
La famiglia di pietra su Mangialibri
Firenze è una città magnifica, spesso tranquilla tranne quel fottuto giorno in cui una vecchia impicciona s’intrufola nell’appartamento sfitto che si trova sul suo pianerottolo e trova un cadavere di una ragazzina. Gli sbirri che accorrono alla chiamata della megera si trovano di fronte ad un dilemma: a far insospettire i due agenti, il sostituto commissario Stacroce e la sua sottoposta Pulcinelli, è un biglietto ritrovato sulla scena del crimine in cui c’è scritto “questo non è un suicidio”. Le uniche persone che possono far chiarezza su quanto accaduto sono i parenti stretti della ragazza, così l’incazzato Stacroce e la volgare Pulcinelli interrogano la madre della vittima. Stacroce perde la pazienza subito, la signora non sembra aver capito cosa sia realmente successo, ha riconosciuto la calligrafia della figlia leggendo il bigliettino ma appare indifferente, fredda e distaccata e a metà interrogatorio offre del tè ai due agenti. Il fratello della vittima invece vive in un mondo tutto suo popolato da fantasmi di eroi morti secoli prima. I poliziotti capiscono che quello non è il punto giusto dal quale iniziare l’indagine, e che sarà una gatta difficile da pelare. Sullo sfondo di questa storia si muove veloce e goffo il cugino della vittima, Vauro, incaricato dalla zia di organizzare il funerale, forse l’unica persona a cui importava qualcosa di Gloria …
Ne La famiglia di pietra c’è il ritratto vivido e inquietante delle relazioni umane che in una società frettolosa come la nostra vanno pian piano diminuendo fino a scomparire. Parenti che si evitano, persone che vengono dimenticate in fretta e furia, come zavorre da eliminare per poter trovare il Nirvana eterno. Questo è ciò che accade a Gloria, una ragazzina che muore, con la madre e il fratello che non reagiscono più di tanto alla cosa, ritenendola quasi un evento normale. Il cugino si sforza di ricordare un bel momento passato con la cuginetta più piccola di lui di qualche anno, invano. Ha solo delle lontane sensazioni. I due commissari vogliono arrivare (e non tanto precipitosamente direi) alla soluzione della vicenda, ma solo per chiudere la pratica. Tutte persone fottutamente reali, plausibili: e per questo fanno paura. Nessuno ha davvero dato la giusta importanza all’unica questione: perché una ragazza di quindi anni è stata uccisa? I due commissari che ci accompagnato per tutto il racconto non possono che risultare simpatici, Stacroce è ormai un veterano che si è rotto i coglioni di tutto e di tutti, non accetta alcuni comportamenti e lo fa notare subito, è uno della vecchia scuola, pane al pane e vino al vino. La sua “aiutante” Pulcinelli sta iniziando a capire come vanno queste cose, non prende più i suoi casi a cuore, e cerca di risolvere più indagini possibili, come faceva un tempo a scuola con i problemi di geometria. Sullo sfondo una città bellissima, rischiarata dalla luce pomeridiana di un sole estivo.
di Domenico Cosentino, su Mangialibri
La famiglia di pietra, di Gregorio Magini
Gregorio Magini racconta La famiglia di pietra

Una ragazza cade giù da un palazzo. Omicidio o suicidio? Il libro (forse) alla fine lo svelerà, intanto svelaci come è nata l’idea della storia.
Il germe fu un articolo di giornale, anni fa. Una ragazza cadde giù da una finestra di un Liceo. Prime pagine dei quotidiani locali per due giorni, poi più nulla. Giustamente, credo, perché non c’era altro da aggiungere che a noi, il pubblico, dovesse interessare. La storia ha avuto un suo svolgimento nel privato, di cui noi, giustamente, non sappiamo nulla. “Perché è morta?” fu una domanda che, insieme, dovette essere posta, e non doveva avere risposta. Contraddizione più che sufficiente per fondare l’ossessione necessaria alla scrittura di un romanzo.
E il titolo: La famiglia di pietra?
Le famiglie di pietra sono tre: i familiari di Gloria (la ragazza morta), bloccati dalle loro mancanze ed esigenze in quel territorio che precede il lutto, in cui non ci si può concedere il lusso di provare sentimenti; i palazzi di Firenze antica, allucinazioni di un tempo scomparso che stanno in piedi per nostalgia; e i giovani della media borghesia fiorentina, che tra queste allucinazioni devono viverci, nel contesto di un’allucinazione più vasta: che fuori dal muro, in Italia, in Europa, nel mondo, la loro classe sociale continui a costituire il motore primario della storia.
Il suicidio è un tema molto delicato da trattare. Nel libro riesci a essere efficace nel descrivere le emozioni che un tale evento comporta ma senza sovraccaricare né banalizzare il tema. Come hai fatto a non cadere nella trappola della retorica? Quali consigli daresti a uno scrittore in erba?
Caro scrittore in erba, leggi molti classici, non giocare troppo ai videogiochi, guarda poca televisione (ma vai al cinema). A parte gli scherzi, non credo che in fondo il suicidio sia un tema in sé così “delicato”. È l’idea orrifica che ce ne facciamo, a cui siamo indotti dai tabù culturali e religiosi che ancora lo circondano, a renderlo delicato. Per me invece, il suicidio è forse la morte meno spaventosa. È l’unica che possiamo scegliere. Non ne faccio alcuna apologia: a che titolo? Ma merita almeno uno sguardo lucido, come si trova per esempio nella trattazione sociologica del tema fatta da Marzio Barbagli in Congedarsi dal mondo.
Finora hai scritto numerosi racconti e questo è il tuo primo romanzo. È stato difficile? Cosa vuol dire per uno scrittore passare dalla brevità del racconto all’impegno che comporta un romanzo?
Avrò avuto diciott’anni. Mio padre mi disse che non ero uno scrittore perché non scrivevo tutto il giorno. Naturalmente ci rimasi male, ma aveva ragione. Non ho mai trovato costanza di scrittura con i racconti. Con questo romanzo, ci sono riuscito. Sono già a metà del secondo. Detto questo, trovo forse più piacere nello scrivere racconti. Ma spesso si fraintende il significato della parola “vocazione”. Ciò che si fa per vocazione non è ciò che si fa per svago, o senza sforzo: è ciò per cui si sacrificano volontariamente le altre possibilità della propria vita.
Il testo integrale dell’intervista è su www.roundrobineditrice.it
Leggi un assaggio de La famiglia di pietra sul blog
La famiglia di pietra
Dopo il nuovissimo Breakradio vi proponiamo un breve assaggio de La famiglia di Pietra, di Gregorio Magini. Vi aspettiamo con le nostre novità allo stand A27 di Più libri più liberi.
Arrivò un’ambulanza, poi una volante, poi due. La strada fu transennata da un capo all’altro. I negozianti protestarono, perché a quell’ora attendevano i furgoni per il rifornimento delle merci. Ma i due vigili di guardia si mostrarono insolitamente bruschi, il che convinse i negozianti che si trattava di qualche cosa di grave. Desistettero da ulteriori rimostranze e si sistemarono ognuno sulla soglia della propria bottega, fumando sigarette e gridandosi da un lato all’altro della strada ipotesi scherzose e battute acide sulle commesse.
Si diffusero delle voci. I commercianti smisero di gridarsi facezie da lontano e presero a fare staffetta dall’uno all’altro e a parlottare. Venne un’altra macchina della polizia, stavolta senza contrassegni, e ne scesero due uomini e una donna, che si affrettarono a salire. Pochi minuti dopo, la donna fu vista uscire dal portone a lunghi passi. Si passò le mani tra i capelli, aprì il bagagliaio, estrasse una valigetta e una borsa, e tornò dentro di corsa.
L’ambulanza e le due volanti si allontanarono e la strada fu riaperta. Fu avvistato un assessore con barba metà bianca e metà nera e occhiali spessi, che poteva sembrare un matematico russo lustrato e rivestito per partecipare a un convegno, ma con uno sguardo freddo che tradiva attenzione alle cose pratiche. La sua presenza ravvivò l’interesse dei curiosi, ma fu di breve durata: parlò con uno degli uomini della macchina, che evidentemente avvertito era sceso apposta per riceverlo; poi assunse un’aria pensierosa e se ne andò. La notizia che era avvenuto un qualche fatto doveva aver raggiunto anche le redazioni dei giornali, perché un tizio con una giacchetta verde piena di tasche e una fotocamera con un obiettivo di mezzo metro si accostò all’assessore, ma poiché questi non rispondeva neanche ai suoi buongiorno, rinunciò a fargli alcuna domanda. Si mise in un angolo a scattare foto ai portoni e alle finestre dei palazzi.
Non accadde nient’altro per tutta la mattina, a parte un viavai sommesso di agenti di polizia. Ogni tanto qualcuno si affacciava da una finestra del terzo piano e guardava giù. La pavimentazione stradale sottostante fu esaminata con grande attenzione da uomini con scarpe da ginnastica e pinzette alla mano. Con queste raccolsero alcuni frammenti che riposero in bustine di plastica. L’ambulanza ritornò verso le quindici. Due operatori estrassero una cassa di zinco che fece molta impressione. Quando la cassa riapparve, un’ora dopo, gli operatori la maneggiavano con più attenzione, il che fece ancora più impressione.



















