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La famiglia di pietra in classifica

La famiglia di pietra, di Gregorio Magini, si è posizionato undicesimo nella classifica di qualità del mese di febbraio di pordenonelegge-Dedalus.

L’iniziativa è promossa da pordenonelegge.it e dai membri fondatori del Premio “Stephen Dedalus”. I 140 “Grandi Lettori” che costituiscono la giuria, a scadenze regolari, valutano i libri italiani usciti negli ultimi mesi e stilano la classifica di qualità.

1. Walter Siti, Autopsia dell’ossessione, Mondadori, p.71
2. Franco Cordelli, La marea umana, Rizzoli, p.62
3. Andrea Bajani, Ogni promessa, Einaudi, p.36
4. Aldo Nove, La vita oscena, Einaudi, p.30
5. Gilda Policastro, Il farmaco, Fandango, p.21
6. Sandro Veronesi, XY, Fandango, p.19
7. Alessandro Mari, Troppo umana speranza, Feltrinelli, p.15
8. Adrian Bravi, Il riporto, Nottetempo p.13
9. Cristiano Cavina, Scavare una buca, Marcos y Marcos, p.12
9. Ernesto Aloia, Paesaggio con incendio, minimum fax, p.12
11. Gregorio Magini, La famiglia di pietra, Round Robin, p.11
11. Piero Pieri, Les nouveaux anarchistes, Transeuropa, p.11
13. Alessandro Piperno, Persecuzione, Mondadori, p.10
13. Alessandra Saugo, Bella pugnalata, Effigie, p.10

Leggi la classifica intera su Nazione Indiana

La famiglia di pietra su Mangialibri

Firenze è una città magnifica, spesso tranquilla tranne quel fottuto giorno in cui una vecchia impicciona s’intrufola nell’appartamento sfitto che si trova sul suo pianerottolo e trova un cadavere di una ragazzina. Gli sbirri che accorrono alla chiamata della megera si trovano di fronte ad un dilemma: a far insospettire i due agenti, il sostituto commissario Stacroce e la sua sottoposta Pulcinelli, è un biglietto ritrovato sulla scena del crimine in cui c’è scritto “questo non è un suicidio”. Le uniche persone che possono far chiarezza su quanto accaduto sono i parenti stretti della ragazza, così l’incazzato Stacroce e la volgare Pulcinelli interrogano la madre della vittima. Stacroce perde la pazienza subito, la signora non sembra aver capito cosa sia realmente successo, ha riconosciuto la calligrafia della figlia leggendo il bigliettino ma appare indifferente, fredda e distaccata e a metà interrogatorio offre del tè ai due agenti. Il fratello della vittima invece vive in un mondo tutto suo popolato da fantasmi di eroi morti secoli prima. I poliziotti capiscono che quello non è il punto giusto dal quale iniziare l’indagine, e che sarà una gatta difficile da pelare. Sullo sfondo di questa storia si muove veloce e goffo il cugino della vittima, Vauro, incaricato dalla zia di organizzare il funerale, forse l’unica persona a cui importava qualcosa di Gloria …

Ne La famiglia di pietra c’è il ritratto vivido e inquietante delle relazioni umane che in una società frettolosa come la nostra vanno pian piano diminuendo fino a scomparire. Parenti che si evitano, persone che vengono dimenticate in fretta e furia, come zavorre da eliminare per poter trovare il Nirvana eterno. Questo è ciò che accade a Gloria, una ragazzina che muore, con la madre e il fratello che non reagiscono più di tanto alla cosa, ritenendola quasi un evento normale. Il cugino si sforza di ricordare un bel momento passato con la cuginetta più piccola di lui di qualche anno, invano. Ha solo delle lontane sensazioni. I due commissari  vogliono arrivare (e non tanto precipitosamente direi) alla soluzione della vicenda, ma solo per chiudere la pratica. Tutte persone fottutamente reali, plausibili: e per questo fanno paura. Nessuno ha davvero dato la giusta importanza all’unica questione: perché una ragazza di quindi anni è stata uccisa? I due commissari che ci accompagnato per tutto il racconto non possono  che risultare simpatici, Stacroce è ormai un veterano che si è rotto i coglioni di tutto e di tutti, non accetta alcuni comportamenti e lo fa notare subito, è uno della vecchia scuola, pane al pane e vino al vino. La sua “aiutante” Pulcinelli sta iniziando a capire come vanno queste cose, non prende più i suoi casi a cuore, e cerca di risolvere più indagini possibili, come faceva un tempo a scuola con i problemi di geometria. Sullo sfondo una città bellissima, rischiarata dalla luce pomeridiana di un sole estivo.

di Domenico Cosentino, su Mangialibri
La famiglia di pietra, di Gregorio Magini

Gregorio Magini racconta La famiglia di pietra

Una ragazza cade giù da un palazzo. Omicidio o suicidio? Il libro (forse) alla fine lo svelerà, intanto svelaci come è nata l’idea della storia.
Il germe fu un articolo di giornale, anni fa. Una ragazza cadde giù da una finestra di un Liceo. Prime pagine dei quotidiani locali per due giorni, poi più nulla. Giustamente, credo, perché non c’era altro da aggiungere che a noi, il pubblico, dovesse interessare. La storia ha avuto un suo svolgimento nel privato, di cui noi, giustamente, non sappiamo nulla. “Perché è morta?” fu una domanda che, insieme, dovette essere posta, e non doveva avere risposta. Contraddizione più che sufficiente per fondare l’ossessione necessaria alla scrittura di un romanzo.

E il titolo: La famiglia di pietra?
Le famiglie di pietra sono tre: i familiari di Gloria (la ragazza morta), bloccati dalle loro mancanze ed esigenze in quel territorio che precede il lutto, in cui non ci si può concedere il lusso di provare sentimenti; i palazzi di Firenze antica, allucinazioni di un tempo scomparso che stanno in piedi per nostalgia; e i giovani della media borghesia fiorentina, che tra queste allucinazioni devono viverci, nel contesto di un’allucinazione più vasta: che fuori dal muro, in Italia, in Europa, nel mondo, la loro classe sociale continui a costituire il motore primario della storia.

Il suicidio è un tema molto delicato da trattare. Nel libro riesci a essere efficace nel descrivere le emozioni che un tale evento comporta ma senza sovraccaricare né banalizzare il tema. Come hai fatto a non cadere nella trappola della retorica? Quali consigli daresti a uno scrittore in erba?
Caro scrittore in erba, leggi molti classici, non giocare troppo ai videogiochi, guarda poca televisione (ma vai al cinema). A parte gli scherzi, non credo che in fondo il suicidio sia un tema in sé così “delicato”. È l’idea orrifica che ce ne facciamo, a cui siamo indotti dai tabù culturali e religiosi che ancora lo circondano, a renderlo delicato. Per me invece, il suicidio è forse la morte meno spaventosa. È l’unica che possiamo scegliere. Non ne faccio alcuna apologia: a che titolo? Ma merita almeno uno sguardo lucido, come si trova per esempio nella trattazione sociologica del tema fatta da Marzio Barbagli in Congedarsi dal mondo.

Finora hai scritto numerosi racconti e questo è il tuo primo romanzo. È stato difficile? Cosa vuol dire per uno scrittore passare dalla brevità del racconto all’impegno che comporta un romanzo?
Avrò avuto diciott’anni. Mio padre mi disse che non ero uno scrittore perché non scrivevo tutto il giorno. Naturalmente ci rimasi male, ma aveva ragione. Non ho mai trovato costanza di scrittura con i racconti. Con questo romanzo, ci sono riuscito. Sono già a metà del secondo. Detto questo, trovo forse più piacere nello scrivere racconti. Ma spesso si fraintende il significato della parola “vocazione”. Ciò che si fa per vocazione non è ciò che si fa per svago, o senza sforzo: è ciò per cui si sacrificano volontariamente le altre possibilità della propria vita.

Il testo integrale dell’intervista è su www.roundrobineditrice.it
Leggi un assaggio de La famiglia di pietra sul blog

La famiglia di pietra

Dopo il nuovissimo Breakradio vi proponiamo un breve assaggio de La famiglia di Pietra, di Gregorio Magini. Vi aspettiamo con le nostre novità allo stand A27 di Più libri più liberi.

Arrivò un’ambulanza, poi una volante, poi due. La strada fu transennata da un capo all’altro. I negozianti protestarono, perché a quell’ora attendevano i furgoni per il rifornimento delle merci. Ma i due vigili di guardia si mostrarono insolitamente bruschi, il che convinse i negozianti che si trattava di qualche cosa di grave. Desistettero da ulteriori rimostranze e si sistemarono ognuno sulla soglia della propria bottega, fumando sigarette e gridandosi da un lato all’altro della strada ipotesi scherzose e battute acide sulle commesse.

Si diffusero delle voci. I commercianti smisero di gridarsi facezie da lontano e presero a fare staffetta dall’uno all’altro e a parlottare. Venne un’altra macchina della polizia, stavolta senza contrassegni, e ne scesero due uomini e una donna, che si affrettarono a salire. Pochi minuti dopo, la donna fu vista uscire dal portone a lunghi passi. Si passò le mani tra i capelli, aprì il bagagliaio, estrasse una valigetta e una borsa, e tornò dentro di corsa.

L’ambulanza e le due volanti si allontanarono e la strada fu riaperta. Fu avvistato un assessore con barba metà bianca e metà nera e occhiali spessi, che poteva sembrare un matematico russo lustrato e rivestito per partecipare a un convegno, ma con uno sguardo freddo che tradiva attenzione alle cose pratiche. La sua presenza ravvivò l’interesse dei curiosi, ma fu di breve durata: parlò con uno degli uomini della macchina, che evidentemente avvertito era sceso apposta per riceverlo; poi assunse un’aria pensierosa e se ne andò. La notizia che era avvenuto un qualche fatto doveva aver raggiunto anche le redazioni dei giornali, perché un tizio con una giacchetta verde piena di tasche e una fotocamera con un obiettivo di mezzo metro si accostò all’assessore, ma poiché questi non rispondeva neanche ai suoi buongiorno, rinunciò a fargli alcuna domanda. Si mise in un angolo a scattare foto ai portoni e alle finestre dei palazzi.

Non accadde nient’altro per tutta la mattina, a parte un viavai sommesso di agenti di polizia. Ogni tanto qualcuno si affacciava da una finestra del terzo piano e guardava giù. La pavimentazione stradale sottostante fu esaminata con grande attenzione da uomini con scarpe da ginnastica e pinzette alla mano. Con queste raccolsero alcuni frammenti che riposero in bustine di plastica. L’ambulanza ritornò verso le quindici. Due operatori estrassero una cassa di zinco che fece molta impressione. Quando la cassa riapparve, un’ora dopo, gli operatori la maneggiavano con più attenzione, il che fece ancora più impressione.

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