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L’anti-utopia passa per Venezia: dopo i gladiatori di Scurati, la dittatura democratica di “Nessun paradiso”, affaritaliani.it

Quasi in contemporanea con l’arrivo in libreria, per Bompiani, de “La seconda mezzanotte” di Antonio Scurati (già secondo per un voto nel 2009 al premio Strega con ”Il bambino che sognava la fine del mondo”), romanzo distopico ambientato nel 2092, in una Venezia svenduta a una multinazionale cinese, in cui nell’arena di Piazza San Marco vanno in scena violentissimi scontri tra gladiatori, una micro-casa editrice indipendente romana, Round Robin, pubblica un altro romanzo anti-utopico, ambientato in parte proprio a Venezia: si tratta di Nessun paradiso di Enrico Piscitelli (che ha già pubblicato nel 2011, per Las Vegas edizioni, la raccolta di racconti ”La minima importanza” e, nel 2011, per Effequ, il saggio ”Shakerato, non mescolato”).

Anche Piscitelli immagina la drammatica fine del nostro Paese tra qualche decennio. Nel suo caso non si ritorna ai gladiatori, ma a una “dittatura democratica”, dove solo un piccolo gruppo di “pacifisti” prova a mettere in discussione le imposizioni del “partito unico”. Quando “il Capo” di quest’ultimo viene ucciso, però, proprio i “pacifisti” vengono ingiustamente accusati del clamoroso attentato terroristico. E mentre l’autore, grazie a una prima persona incisiva, ci trascina nel vortice insieme al protagonista, uno dei dissidenti, per provare a capire cosa sta succedendo davvero, a colpi di ricordi ci mostra anche il suo difficile passato. Nessun paradiso è un libro teso, ben costruito, che non può non inquietarci.

di Antonio Prudenzano, su affaritaliani.it
(27 settembre 2011)

Emanuele Berardi racconta Luna di Lenni

In questo romanzo si vede sullo sfondo una Roma decadente, cupa, antica, quasi come in certi film neorealisti. È solo una scenografia oppure teatro che dialoga coi protagonisti?

L’analisi delle forme e del confine fisico tra i personaggi e lo scenario architettonico in cui essi prendono vita, racchiusi in un unico ambiente, è un aspetto cruciale di questa storia. Lunghe riprese “girate” all’aria aperta dunque, con il grigio nella sua completa scala armonica che fa da sfondo, contrastato da schizzi di colori acidi in primo piano che riportano ad un’era decisamente più moderna.

A più riprese appare nel romanzo la teoria del superorganismo: la scienza, Cernobyl, l’ipotesi Gaia. Secondo me meritano qualche parola in più.

Ancora una volta la precisa scelta di voler mantenere uniti ambienti e personaggi. Per Lenni (uno dei protagonisti marcato stretto dalla tastiera del mio pc) una spiegazione forse esiste: “Che non sia un superorganismo vivente questa città, questo modo di vivere moderno. Un parassita commensale, feroce”. Un’interpretazione scientifica ricalcolata sul modello dell’ipotesi Gaia che estende la vita dell’intero pianeta fin dentro le strutture inerti di cemento armato, dove il disastro di Černobyl’, allucinazione ricorrente, ne testimonia una natura mutata, infetta, irrimediabilmente perduta.

Tornando a Roma, i due elementi chiave sono la periferia dove sono cresciuti i protagonisti – a proposito: bisogna parlare di protagonisti al plurale, giusto? – e l’università. Che vincolo c’è tra questi elementi e la storia? E in che modo motivano/muovono le vicende che narri?

La periferia romana, nei quartieri di Centocelle, Casilino ventitré e Tiburtino III è popolata nel mio romanzo da “attori non professionisti”. Lavoratori disagiati, frustrati, disperati, poeti involontari. Questi i luoghi dai quali i ragazzi partono la mattina, tornano la sera e vivono nottate tirate al massimo. L’università d’altra parte li riunisce tutti. Fanno gruppo, militano attivamente e si organizzano in un servizio d’ordine autonomo e determinato. Scendono in piazza, lottano assieme, ma ognuno con qualcosa di suo in testa. Cipo è un cane anarchico, Lenni è un uno spietato guerrigliero urbano romantico come un corteggiatore d’altri tempi, e la luna, per lui, è un’amica con cui confidarsi. Suo fratello Claudio vive delle gesta “eroiche” dei combattenti degli anni di piombo. Ilič non è più un ragazzino, Stefano invece si comporta ancora da adolescente. Flavio Marcocci è un avvocato che riesce sempre a “tirarli fuori”. Nel gruppo finisce pure Busceni, un ex sindacalista cinquantenne… e poi Luchino, Federico, Mahatma (nerd fissato con la letteratura del Novecento) e Pippo, punk quarantenne, disadattato, perennemente ubriaco. Questi i protagonisti.

L’esperienza dei collettivi universitari: la politica e la cultura, le aule di Lettere e le lunghe discussioni sul futuro e la storia, i giovani e il mondo intorno, qualcosa che, a mio parere, negli anni ha perso slancio e coraggio. Secondo te cos’è cambiato?

Attualmente vivo in Belgio. Me ne sono andato via da un’Italia senza stipendi da pagare appena finito il dottorato di ricerca. Vista da fuori l’Italia è un paese narcotizzato. C’è un gruppo di predoni pluripregiudicati che spadroneggia come vuole. Febbraio 2011: in giro per il mondo ci sono dittatori in fuga. Inquietudine, attesa. L’Italia alterna periodi di stallo a piazze gonfie di manifestanti, come d’altronde insegna la storia. No, in quest’ottica non credo che ci sia stata una perdita di slancio e coraggio. Ai miei tempi c’erano le “tute bianche”, poi i “no global”, ora “l’onda”, insomma, ci sa saranno sempre collettivi universitari, aule occupate, cavalieri romantici vestiti di carta velina, belli come il sole e coraggiosi come autentici guerrieri, pronti ad invadere una qualsiasi altra Genova per farsi sentire.

Il testo integrale dell’intervista è su www.roundrobineditrice.it

Le voci dell’inchiesta, nel segno dell’Iran e delle donne

Dal 14 al 18 aprile, nell’Aula Magna del Cinemazero di Pordenone, incontri con autori, registi e giornalisti, approfondimenti e ospiti internazionali a Le voci dell’inchiesta, festival internazionale di giornalismo. Nel segno delle donne, dell’Iran, del terremoto e del nucleare.

Un festival aperto, laico e plurale. Senza una linea politica precisa, ma rivolto a dare uno sguardo lungimirante e obiettivo al giornalismo italiano e internazionale. Sì, internazionale, perché sempre di più vuole aprirsi oltreconfine, con inchieste e documentari che raramente si riescono a vedere in Italia. Il progetto è curato da Marco Rossitti, docente al corso universitario di Tecnologie Multimediali dell’Università di Udine, e coordinato da Riccardo Costantini.

Molto ricco e variegato il programma, che si articola in diverse sezioni: su tutte spicca la sezione “Iran delle Donne”, con la proeizione di Green Days di Hana Makhmalbaf (Bisato d’Oro 2009 alla Mostra del Cinema di Venezia). Interessante anche la sezione intitolata “Donne con la macchina da presa”, tra cui in anteprima nazionale In the name of democracy: America’s conscience, a soldier’s sacrifice, di Nina Rosenblum, sulla storia del tenente Watada, primo ufficiale americano che si rifiutò di partire per la guerra, e The moon inside you, documentario della slovacca Diana Fabiánová sull’endometriosi (fortissimi dolori mestruali), malattia sociale che coinvolge tre milioni di donne italiane all’anno.

Non manca l’attenzione a temi d’attualità come il “Futuro nucleare”, con un documentario francese Déchets, le cauchemar du nucleaire, di Laure Noualhat ed Eric Gueret, in cui si tenta di rispondere alle domande sui rischi dell’energia nucleare, che la Francia continua a utilizzare. Nella sezione “Informazione dei disastri/Disastri dell’informazione” la costante presa in considerazione sarà quella della qualità dell’informazione in caso di disastri ambientali, prendendo a paradigma il terremoto in Abruzzo avvenuto un anno fa. L’Aquila bella mé di Pietro Pelliccione e Mauro Rubeo, Yes we camp di Alberto Puliafito e Sangue e cemento di Gruppo Zero pongono l’attenzione su quanto avvenuto in Abruzzo, soprattutto una volta spenti i riflettori dei media, immediatamente giunti sul luogo del disastro, ma poi scomparsi dalla scena passato il clamore.

Su temi ambientali verte anche la sezione “Il mondo è nostro: uomo e ambiente, un rapporto complesso”: Bananas di Friedrik Gertten, film svedese in anteprima nazionale dopo la Berlinale, in cui si svela la lotta contro un pesticida proibito per legge usato dalla multinazione Doole Food per la produzione delle banane; The cove, di Louie Psihoyos, vincitore del premio del pubblico al Sundance, ha conquistato anche il Premio Oscar come miglior documentario 2010. Si denuncia la pesca dei delfini e l’utilizzo delle loro carni per il commercio, pur essendo nocive per l’uomo. Il film arriva a Pordenone per una prima visione in Italia.

Non solo cinema: nella nuova collana editoriale del festival, “Radiografie italiane”, verrà presentato il libro Italia ferita di Corrado Stajano e Un paese mancato di Guido Crainz e Italo Moscati.

Evento speciale del festival è La paura di Pippo Del Bono, interamente realizzato con un videotelefonino di ultima generazione, a riprendere il funerale del giovane africano che aveva rubato dei biscotti ed era stato ucciso nel 2008. Struggente, reale, vero e tangibile. Del Bono sarà presente alla proeizione e al dibattito. E poi le Iene dialogheranno, fuori dai soliti schermi di Italia1, con gli studenti e il pubblico. Infine, a chiudere, sabato 17 tutti a ballare con il dj set del rapper impegnato, Frankie HI-NRG.

Anna Castellari, su Rivistaonline.com
foto cinemazero

Fissazioni di una pugliese lombarda andalusa

Ho alcune idee fisse su cosa sta succedendo in Italia. Qualche amico italiano, se ne parlo, mi guarda con ironia: “comoda tu, che te ne sei andata!”. Forse ha ragione, forse no, non tocca a me dirlo e come su quasi tutto, da un po’ di tempo, anche su questa mia condizione di grilla parlante scappata, ho ora un’opinione, subito dopo l’opposta. Infine, da un angolo d’Europa si può ragionare di cose d’Europa – o l’Italia non ne fa più parte? – e forse stando fuori si possono vedere cose che da dentro non si vedono; vale anche l’opposto, naturalmente!

Che ne abbia il diritto o no, dico quale è l’idea fissa principale: che nel mio paese e in particolare nella mia Lombardia buona parte dell’involuzione che si è vissuta in questi anni sia poggiata sullo stile di vita quotidiano in cui si è pian piano scivolati, più che su grandi e generali opzioni politiche;   e che questo stile di vita sia in parte trasversale a persone di diversa appartenenza ideale e di diversa condizione economica; e che l’uso demenziale della televisione sia  in buona parte dettato da abitudini che si sono profondamente ammalate, per ragioni che non sono in grado di capire.

Quando vado a Milano, spesso mi trattengo a casa di mia sorella, che è molto vicina a corso Buenos Aires, pieno di negozi e di bar, e c’è anche una grandissima libreria Feltrinelli. Se esco al sabato  pomeriggio o alla sera di qualsiasi giorno feriale, o alla domenica, e cerco nei dintorni un bar in cui sedermi con un amico, non lo trovo, aperto: per farlo, dovrei andare nelle vicinanze del Duomo, dove una bibita costa dieci euro, se te le portano al tavolino. Quando vado a Bergamo e mi fermo per qualche giorno da una mia amica che abita non lontano da dove abitavo io quando vivevo in questa città – e non è periferia -, se devo uscire da sola alle otto di sera, mi fanno impressione le strade percorse da veloci passanti che non conosci: l’Urlo di Munch, non tanto per il personaggio in primo piano, che pure c’è, ma per quelli che se ne vanno dando le spalle. E l’aria è  più nera, e le persone scappano via più veloci che nel quadro. Certo, cinema, teatri, ristoranti, pizzerie, case di amici sono a tua disposizione: ma questi non sono luoghi di incontro che rendano viva e umana la città, e alcuni costano troppo, non consentono di andarci spesso.

E penso anche ai nonni che non solo in Lombardia, in tutta Italia, si tengono in casa un pitbull, e il cane impazzisce e fa del male al nipotino: nonni che hanno scelto la strada dell’idiozia criminale, e non so perché. “Il cane è stato sempre buono, non ha mai fatto male a nessuno, non capisco che gli sia successo”: mi pare di sentirli, tutti dicono la stessa cosa. E ho letto tempo fa che da un caseggiato di Pavia che si trova vicino a un asilo nido sono partite proteste contro le voci dei bambini, diverse persone, non so quante, hanno chiesto alle maestre di tenerli distanti dal lato del giardino che dava verso le loro finestre. E si potrebbe continuare, come tutti sanno: e non si capisce perché accada ciò nel cervello delle persone.

Non so che succederà ora in Italia e se il morbo potrà contaminare altri paesi d’Europa.

Conil de la Frontera, dove abito ora, ha una spiaggia infinita, e violenze di strada contro passanti non ce ne sono. D’estate, purtroppo, da qualche anno alcuni turisti praticano il rito del botellon, della sbronza collettiva per strada, e poi litigano anche duramente fra loro. La cosa sta preoccupando gli amministratori. Ma il botellon non scatena attacchi verso altri che non prendano parte al rito, non servono i cani a combatterlo. Eppure ho pure visto l’estate scorsa qualcuno che portava con sé un pitbull e alcuni che sulla spiaggia avevano slegato il loro doberman perché facesse il bagno, nello stesso mare pieno di bambini e di genitori.

Gli andalusi sono abbastanza pacifici con il prossimo, sono poche – certamente ci sono, ma sono poche – le persone che si arrabbiano con i vicini per piccole molestie quotidiane. I vecchi e le vecchie escono come i giovani, le señoras mayores amano ballare e sedersi al bar: non è un fatto di colore e di folklore, è un non restare ore e ore di fronte alla scatola illuminata: se si rimane troppo chiusi, è facile che si diventi pazzi, di una pazzia cattiva.

Eppure a Granada sia i socialisti sia i popolari hanno votato in consiglio comunale, qualche mese fa, di “ripulire” la città da mendicanti, da venditori ambulanti e da artisti di strada. E questo mi fa temere e disperare: chi  vogliono imitare?  E penso al paese di Vic, Catalogna, dove, appoggiato in modo abbastanza subdolo dal Partito Popolare nazionale, il consiglio comunale aveva cancellato il diritto degli immigrati irregolari a chiedere il domicilio, e di conseguenza a fruire del sistema sanitario e della scuola per i figli. Però in questo caso sono intervenuti il Presidente del Governo, la Vicepresidente del Governo e il Ministro dell’Interno, denunciando con estrema durezza, anche pubblicamente, l’illegalità di questa decisione. La cosa ha assunto una rilevanza nazionale, e il consiglio comunale di Vic ha dovuto ritirare il provvedimento.

Certo, anche qui ci sono molte contraddizioni, ma forse meno drammatiche rispetto a quelle che  attribuiscono i giornali italiani alla Spagna. C’è quasi il doppio di immigrati – circa l’11%  contro circa il 5,5% dell’Italia; tutti i 700.000 gitani che al tempo di Franco non erano perseguitati, ma vivevano senza diritti, in una condizione di apartheid – i gitani spagnoli sono gli stessi, furono portati dalle stesse ondate di zingari che arrivarono nel tempo in Italia, ma almeno cinque volte più numerosi – si trovano in case, alcune non belle né in buone condizioni. A Madrid, tempo fa, hanno lottato duro, uniti ai payos (i non gitani) poveri di un quartiere povero, e l’amministrazione ha dovuto aggiustare case e strade. I bambini tutti a scuola, c’è un po’ di preoccupazione perché una certa percentuale di loro – come anche di ragazzi payos o figli di immigrati – non riescono a concludere l’Eso, che press’a poco è allo stesso livello del nostro biennio e fa parte della scuola obbligatoria fino a 16 anni (si pensa di portare presto l’obbligo a 18 anni). E sono moltissimi i romeni rom arrivati negli ultimi anni, fino a qualche tempo fa 800.000, come in Italia. Una delle signore che chiedono l’elemosina di fronte ai supermercati mi racconta che abita con la sua famiglia in una casa di campo abbandonata, occupata da loro. Sono già diverse le famiglie che vivono nel paese, in case in affitto. Mi diceva Juan José, un giovane maestro che per un lungo periodo ha fatto da mediatore culturale a Conil per conto della Junta de Andalucia, che è fondamentale per l’integrazione che vivano nel pueblo, che i vicini li conoscano e facciano amicizia con loro. Sta già cominciando a succedere.

La crisi economica in Spagna: per me è un mistero. Vivo nella profonda Andalusia, come vivere in Italia in Sicilia o in Calabria, frequento quotidianamente donne immigrate e vedo precarietà, ma non disperazione; sono diffusissimi, pur se non alti, gli aiuti da parte dello stato e degli enti locali a chi ha perso l’occupazione o non abbia di che vivere. Un’amica mi ha detto che la disperazione c’è, che ha visto vicine piangere perché non sapevano come tirare avanti. Ma so per certo che nell’estate 2008, prima che esplodesse la crisi, la popolazione attiva (occupati più disoccupati che cercano apertamente lavoro, quindi i lavoratori effettivi o potenziali non in nero) era il 52% di quella complessiva. Ho chiesto a economisti amici, ho scritto tempo fa a chi avrebbe potuto darmi lumi, anche alla prestigiosa rivista on-line La Voce, per riuscire a fare un confronto con la situazione italiana, dove mi pareva che la popolazione attiva fosse nel 2008 molto più bassa: non ho avuto risposte. Se fosse vera una differenza grande fra la popolazione attiva italiana e quella spagnola alle soglie della crisi, il numero dei lavoratori in nero, suppongo, già allora avrebbe dovuto essere molto più alto in Italia, e quindi ora i disoccupati che non si vedono molto più numerosi, e forse si spiegherebbe in parte anche così la disperazione e la tristezza che si percepisce nel mio paese persino in autobus e in metropolitana. O si è più arrabbiati solo perché si è più ammalati?

Al telediario spagnolo, qualche sera fa, hanno intervistato alcuni signori che si trovavano in prigione: vestiti abbastanza bene, come si dice… casual? – stavano seduti in cerchio intorno al giornalista e avevano un’aria rassegnata e pacifica: era una maschera? Non so. Si trovavano in prigione per guida pericolosa, non avevano am1mazzato nessuno e neppure fatto del male a nessuno, erano affettuosamente seguiti da una équipe di psicologi che cercava di capire e di far scoprire a loro stessi il perché di comportamenti così idioti. Stasera al telediario si sono ancora vantati, i giornalisti, della drastica diminuzione di incidenti stradali in Spagna, non scordandosi di precisare, ogni volta, che anche un solo morto sulle strade è un prezzo troppo alto. Ipocriti? Non so.

A Madrid, a Barcellona, la vita è più aspra, la crisi morde di più, c’è più delinquenza? Penso di sì. Come nelle grandi città italiane? Penso di no.

Chiudo qui. So bene di aver fatto un ragionamento che si basa su pochi dati, e di aver più volte portato mie impressioni quasi come fossero verità, ed esempi come prove, tremendo vizio dei mass-media e del senso comune di oggi. Per una volta, mi sono lasciata andare al senso comune.

Maria Laura Bufano

Leonardo Sciascia a 20 anni dalla morte

Credo che se sono diventato un certo tipo di scrittore lo devo alla passione antifascista. La mia sensibilità all’antifascismo continua ad essere assai forte, lo ricordo ovunque, persino quando il fascismo riveste i panni dell’antifascismo. E resto sensibile all’odierno, possibile, fascismo italiano. Il fascismo non è morto. Convinto di questo, sento una grande voglia di combattere ed impegnarmi di più, di essere sempre su questo fronte.

Con queste parole Leonardo Sciascia descrive la sua passione per l’impegno civile, un tema costante nella sua produzione narrativa e nella sua attività istituzionale. Due anime, quella politica e letteraria, che nella sua figura si fondono in un binomio inscindibile, tanto da rendere impensabile la comprensione dello Sciascia scrittore senza passare attraverso lo Sciascia uomo politico. E viceversa. A ricordare questo personaggio quasi unico del Novecento italiano, a vent’anni dalla morte, un convegno organizzato dal circolo culturale Enrico Berlinguer di Albano Laziale.

“I liceali degli anni ’60 devono molto ai suoi libri, perché è attraverso le sue opere che si sono formati un’idea della Sicilia e della mafia – spiega Carmelo Ucchino, responsabile delle attività del circolo – Il fenomeno mafioso, in quelle pagine, non viene raccontato con autocommiserazione né con autoassoluzione. In poche parole – conclude – vengono disvelate cose che, all’epoca, nessuno voleva vedere”. La mafia che emerge dai suoi scritti non è “la mafia dei ladruncoli di bassa lega, ma quella dei personaggi che rivestono importanti ruoli pubblici – ricorda Emanuele Macaluso, giornalista, ex direttore de L’Unità e un passato nella segretaria regionale del PCI – Sciascia ha avuto il pregio di insegnare al mondo cosa fosse realmente il fenomeno mafioso, descrivendo la sua appartenenza alla società. Solo con una battaglia culturale si può tentare di sradicarlo – commenta – In questo caso il giustizialismo non sortisce alcun effetto”.

Ricorrente, nei suoi scritti, il tema della legalità, dell’amministrazione della giustizia e della sua applicazione da parte di uno Stato contro cui il singolo individuo si trova a lottare. La coerenza della sua “missione letteraria” trova terreno fertile nella stagione politica di quegli anni, che lo vede prima nelle fila del PCI, da cui si allontana perché contrario al compromesso storico, poi come deputato del Partito Radicale e membro, fino al 1983, della commissione parlamentare di inchiesta sulla strage di via Fani e sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. Lavoro politico e produzione intellettuale che seguono percorsi paralleli, seppure destinati a confluire in un unico fine: la ricerca della verità, nuda e cruda, senza artifici o astrazioni. Il suo stile narrativo, secco e lucido, diventa uno strumento con cui costruire un contropotere che permetta alla società civile di non soccombere dinanzi allo Stato. Un uomo che ha saputo assumere su di sé delle responsabilità politiche molto forti. Un intellettuale che ha vissuto il suo impegno nella società civile non senza una punta di malinconia per un Paese, l’Italia, prigioniero di alcuni meccanismi, cui egli stesso ha cercato di dare delle risposte.

La stessa malinconia che emerge in alcuni passi di un carteggio intercorso con la scrittrice Anna Maria Ortese, contribuendo a rendere le sue parole davvero attuali, oggi più che mai:

Che cos’ è questo Paese? Un Paese, sembra, senza verità; un Paese che non ha bisogno di scrittori, che non ha bisogno di intellettuali. Disperato. Pieno di odio. E nella disperazione e nell’odio propriamente spensierato, di una insensata, sciocca vitalità.

Valeria Nevadini

A proposito di memoria

Sono le parole di una canzone, “se fosse ancora vivo mio nonno”, a farmi riaffiorare alla mente un episodio, uno dei pochi raccontatomi da mio nonno, di guerra. Ricordo quel suo racconto pieno di immagini, che oggi mi appaiono un po’ sfocate, rappresentate con quella semplicità che a volte credo un po’ mi appartenga. Nonostante il nome che porto, mio nonno non era americano, ma italiano, viveva nel Lazio e nel Lazio ha vissuto la guerra, lontano da Roma, quando hanno costretto la gente delle città bombardate a rifugiarsi nelle campagne. Non so molto della sua guerra, solo questo racconto mi torna alla mente, forse perché unico, tra le tante storie che ci ha raccontato, di nomi scritti sulle lapidi di un piccolo cimitero di paese.

Il racconto contiene un episodio, breve quanto forse poco significativo per chi non l’ha sentito raccontare e per chi non conosceva quell’uomo che era mio nonno. E’ rimasto invece impresso nella mente di un ragazzo che poco conosceva della guerra reale, e quel che conosceva aveva il sapore di una distanza storica da libri di storia studiati a scuola. E’ rimasto nella mia mente impresso, pur ricordando poche parole, come una fotografia sfocata, nella quale specchiarsi ed attorno al soggetto ricordare ricostruendone i contorni.

L’episodio racconta di un uomo, rifugiatosi nella campagne laziali, che viene catturato dai tedeschi, preso e condotto ai lavori. Così com’è stato preso e catturato è costretto a lavorare in un campo, con una pala o con una zappa, a seconda dell’esigenza, uno di quei lavori che è più comodo fare con meno impedimenti possibile. Questo il motivo per cui, secondo il comandante di turno, un prigioniero con la giacca non lavorava bene.

Quest’uomo, arrivato sul campo, aveva avuto modo di scambiare poche battute con un altro uomo, a lui sconosciuto, il quale, pur non rivelando la sua identità, aveva il privilegio di non lavorare e se ne stava seduto in disparte. Seduto a terra, appoggiato a dei sacchi che sembravano pieni di terra. Diversi sacchi accatastati che gli facevano da schienale e da cuscino. Così seduto non aveva usato molte parole, ma aveva fatto intendere al nuovo prigioniero, con un gesto della mano eloquente, che da li a qualche decina di minuti dopo avrebbe avuto l’occasione per fuggire. Poi era rimasto li, con gli occhi socchiusi, ed era sembrato al nuovo arrivato appisolarsi tra quei sacchi che sembravano morbidi cuscini.

Tra la polvere del campo e il sudore del lavoro si avvicino quel tedesco, probabilmente un comandante, o comunque non un soldato semplice. Lo si capiva dal fatto che controllava, passeggiando nel campo, con i gradi sulla giacca e con l’atteggiamento di colui al quale non può sfuggire nulla. Ai suoi occhi quell’uomo con la giacca non svolgeva agevolmente il suo lavoro, non era messo nelle condizioni ottimali, così gli ordinò di togliersela.

Il nuovo prigioniero, mio nonno, aveva però una pistola sotto la giacca ed oppose resistenza, cercando una scusa per non farsi scoprire. La scoperta dell’arma gli sarebbe costata la vita. In quei momenti forse si sente una paura forte che ti fa venire il coraggio di reagire o ti immobilizza, sta di fatto che per quell’uomo strattonato non ci sarebbero state alternative, se in quel momento l’uomo seduto sui sacchi non si fosse alzato, avesse preso il comandante per il collo della giacca ed avesse alzato il pugno.

Ha alzato il pugno per poi probabilmente scagliarlo contro il comandante mi raccontò mio nonno. Ma questo lui non ha potuto vederlo. Con la pistola sotto la giacca non fece altro che iniziare a correre, correre veloce senza mai voltarsi dietro, fino a che non si senti al sicuro in una radura. Chi era quell’uomo non l’ha mai saputo, cosa lo avesse spinto a quel gesto e che cosa sarebbe stato se lui non l’avesse compiuto.

B. T. King

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