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Antonino Caponetto. Non è tutto finito @ Una Marina di Libri, Palermo
A vent’anni dalle stragi mafiose che colpirono al cuore l’Italia nel 1992, la round robin presenta a Palermo, a Una Marina di Libri, la graphic novel dal titolo Antonio Caponnetto (non è tutto finito) di Luca Salici e Luca Ferrara, in collaborazione con l’associazione daSud, sabato 2 giugno alle ore 19, presso la Sala delle Armi di Palazzo Steri. Interverranno insieme agli autori Gioacchino Genchi, Armando Sorrentino, Antonio Vesco.
Il fumetto è incentrato sulla figura dell’ex Capo Ufficio Istruzione che diventa il simbolo di una città, di un Paese, che si rialza dall’ennesimo schiaffo, dopo le stragi di via D’Amelio e Capaci. “È finito tutto” dice uno scosso Caponnetto uscendo dall’obitorio dopo l’ultimo saluto a Borsellino. E il rammarico per quella frase detta in un momento di sconforto diventa un motivo in più per farsi coraggio, per riprendere le forze e la speranza, e lavorare sul cambiamento culturale e sulla lotta alla mafia. È l’inizio della primavera palermitana.
La Round Robin porta in anteprima a Una Marina di Libri anche un altro titolo, Un orsacchiotto con le batteria (Il depistaggio sulla strage di via D’Amelio) di Elena Invernizzi e Stefano Paolocci. È un romanzo-inchiesta sul depistaggio lungo due decenni attorno alla strage in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta. In un gioco di pesi e contrappesi saranno le voci dei pentiti a dominare la scena: quella dell’“orsacchiotto con le batterie” Vincenzo Scarantino in primis, sulle cui dichiarazioni verranno istruiti i processi; e quella di Gaspare Spatuzza poi, il collaboratore che ha rimesso in discussione le sicurezze acquisite in tanti anni di indagine.
Due libri che parlano della storia recente del nostro Paese. Che alcuni vogliono dimenticare, ma che non abbiamo il dovere di ricordare. Sempre.
Tizian, le mafie e l’Emilia Romagna, Repubblica Bologna
A Bologna si parla tanto di “degrado”, molto meno di mafia o di ’ndrangheta. Eppure arresti e inchieste non mancano, e il libro del giornalista Giovanni Tizian, Gotica. ’ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea (Round Robin) parla chiaro sull’attività e il potere della criminalità organizzata al Nord, Emilia Romagna compresa. Per questa chiarezza Tizian è ora sotto scorta, e per non lasciare la cosa nel silenzio l’associazione “daSud” ha lanciato la campagna “Io mi chiamo Giovanni Tizian”.
Martedì alle Scuderie di piazza Verdi a parlarne c’erano lo stesso Tizian, i giornalisti Gaetano Alessi e Antonella Cardone, la militante di “daSud” Celeste Costantino e Claudio Fava della segreteria nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà, promotrice della serata. Per tutti è a partire da rispetto della legalità e solidarietà che si combattono le mafie, al Sud come al Nord, dove è una realtà, un fatto innegabile. Tanto che la Costantino provoca con lo slogan: «Da 150 anni le mafie ci uniscono». Fava invece è più costruttivo: «siamo uniti soprattutto dal racconto della mafia, da una verità condivisa, dalle parole di giornalisti come Tizian, perché un vero giornalista non fa finta che le cose non accadano» («sono 925 i giornalisti minacciati dal 2006 al 2011 in Italia», dirà poi proprio Tizian).
Fava conosce i fatti e parla di «colonizzazione», cita Milano e Fondi, centrale mercato ortofrutticolo laziale. Nel capoluogo lombardo «il Prefetto, due mesi prima dei 400 arresti del 2010, aveva definito la città immune alla mafia. I video avrebbero mostrato poi i boss in riunione nel circolo Arci di Paderno Dugnano dedicato a Falcone e Borsellino». A Fondi «il Prefetto aveva fatto richiesta dello scioglimento del consiglio comunale, ma essendo un feudo elettorale importante la domanda è rimasta nel cassetto del ministro Maroni, e solo dopo un anno, dopo anche inchieste giornalistiche, la domanda è arrivata al Consiglio dei Ministri. Ormai però il consiglio si era dimesso e tornato alle elezioni senza commissariamento». E Fava sa che non è un caso che si finga di non accorgersene: «le mafie sono parte dell’economia e della politica di questa nazione».
Anche in Emilia Romagna? Alessi parla del dossier Le mafie in Emilia Romagna che ha realizzato coi suoi studenti del primo laboratorio di giornalismo antimafia, all’Università di Bologna, nel corso di Stefania Pellegrini, professoressa di Filosofia del diritto che da anni organizza seminari antimafia. «Si sa da almeno 5 anni, ufficialmente, che in questa regione le mafie sono presenti. Ma sono arrivate con i sorvegliati speciali da alcuni decenni, hanno imposto il pizzo a molte imprese, hanno fatto i soldi infilandosi negli appalti legali e ora il legame tra bische, gioco d’azzardo e usura ha legato alle organizzazioni tante persone che hanno perso al gioco e ora sono in mano alle cosche. Un giro d’affari di cui si parla poco, per indifferenza o perché tanti soldi fanno gola? Insomma: la mafia c’è, l’antimafia?»
«Impegniamoci tutti – sembra rispondere Tizian – Alla politica servono i Pio La Torre, i Francesco Lo Sardo… le manca il coraggio delle idee forti. Il potere mafioso non è un potere isolato, c’è una politica che non fa luce nei coni d’ombra, corrotta, che tanta gente ha deciso di combattere. Ora la Cancellieri ha parlato di una Direzione Investigativa Antimafia a Bologna: bene, speriamo però che non siano quattro persone senza finanziamenti. La DIA fa un lavoro preventivo, mappa giorno per giorno le imprese senza attendere la notizia di reato».
Siamo terra di mafia? Tizian ricorda Vincenzo Barbieri, «il narcotrafficante (ora ucciso) della cosca Mancuso che trattava coi cartelli colombiani. Viveva a Bologna, dove incontrava colletti bianchi del Credito Sanmarinese, che per il Gip di Catanzaro era in crisi e ha trovato liquidità grazie a Barbieri: qui la ’Ndrangheta avrebbe salvato una banca».
Il problema, dunque, è anche etico. «Nel lavoro non c’è più un’etica? Il modello economico non la prevede più? In una società in cui vale solo il profitto a tutti i costi la mafia fa il boom, e solo idee radicali per un altro modo di fare impresa possono aiutare questa Regione. È stata grande, non capisco perché non possa esserlo ora».
(Qui trovate il dossier Le mafie in Emilia Romagna)
da C@ffè letterario.Bo, di Repubblica Bologna
(8 febbraio 2012)
Gotica. Fra la via Emilia e il Far West
Giovanni Tizian è quello che sarebbe Roberto Saviano se non fosse diventato Saviano. Ragazzo del Sud come lui, con una laurea in tasca e una passione per il racconto della realtà, Tizian ha solo 29 anni ma da qualche mese è condannato a una vita sotto scorta proprio come l’autore di Gomorra, ma con un percorso inverso. Prima abbiamo conosciuto Gomorra e solo dopo Saviano. Oggi, invece, l’incredibile vicenda personale di Tizian rischia di mettere in ombra la novità del suo libro, Gotica. ‘ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea (Round Robin editrice, 302 pagine, 15 euro) che invece meriterebbe di entrare a far parte di tutte le biblioteche scolastiche d’Italia. Non è il primo volume dedicato alla penetrazione della mafia al Nord (su queste pagine abbiamo segnalato Le mani sulla città di Gianni Barbacetto e Davide Milosa) ma il suo merito è di seminare il dubbio che anche un modello finora considerato impermeabile al crimine organizzato come quello emiliano possa averne inoculato il virus.
Da molto tempo il modello emiliano ha smesso di essere quello tracciato nel 1946 dal celebre discorso di Palmiro Togliatti al Teatro municipale di Reggio Emilia su “Ceto medio ed Emilia rossa”, quel compromesso tra forze produttive e buone amministrazioni rosse che ha regnato praticamente incontrastato fino ad oggi. In fondo della regione lungo il corso del Po abbiamo ancora oggi nella mente l’immagine seducente che ha restituito Edmondo Berselli nel suo bel libro, Quel gran pezzo dell’Emilia. Terra di comunisti, motori, musica, bel gioco, cucina grassa e italiani di classe (Mondadori). Un modello di felice convivenza tra qualità della vita, welfare a misura d’uomo e sviluppo economico che forse non ha eguali in Italia.
Anche Tizian arrivò in Emilia dalla Calabria, all’età di 12 anni, sulla spinta di questa speranza. «Fuoco, piombo, morte e fallimenti. Si riassume così la mia infanzia» scrive nel capitolo introduttivo per raccontare la decisione della famiglia di emigrare, dopo l’omicidio per mano ‘ndranghetista del padre Peppe, impiegato di banca a Bovalino, nella Locride. «Partimmo quindi per l’Emilia Romagna. Direzione Modena. Terra di motori, tortellini, tortelloni, aceto balsamico, ceramiche, coope-rative, comunisti. Terra di accoglienza e solidarietà».
«Correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West» cantava Francesco Guccini. Purtroppo le storie raccontate da Tizian non sono figlie del-la fantasia e, anzi, spesso sono impastate della storia dei luoghi. Reggio Emilia, per esempio. Usciti dal casello dell’autostrada, procedendo verso il centro della città, ci si immette su vialone chiamato Città di Cutro, in omaggio alla diaspora calabrese che dagli anni Cinquanta ha scelto il cuore della grassa Emilia per affrancarsi dalla miseria. Oggi a Reggio vivono diecimila calabresi, «una vera e propria borghesia cutrese, attiva nelle professioni e nella piccola impresa» alla quale si è accodata anche la ‘ndrangheta, attiva soprattutto nell’edilizia. «Un commercialista calabrese che decide di aprire nel Reggiano ha un bacino di clienti sicuro. Una presenza che ha scalato le gerarchie sociali, ha anche influenzato la politica e proposto propri rappresentanti nel partito egemone, prima i Ds ora Pd». Negli anni Novanta la faida interna tra le ‘ndrine cutresi ha finito per allungare l’ombra del sospetto su tutta la comunità locale. Negli ultimi vent’anni Reggio è cresciuta a dismisura. Palazzi e cemento hanno cambiato faccia alla città. Alla camera di commercio risultano iscritte 13246 imprese di costruzione. Un record. La ex municipalizzata Iren Emilia ha dovuto revocare appalti per 300mila euro concessi a ditte per le quali la prefettura ha emesso un’informativa interdittiva e sospeso il certificato antimafia. La prefettura nel 2010 ha revocato il certificato antimafia a una decina di ditte, alcune delle quali hanno partecipato anche alla ricostruzione dell’Aquila. Il caso più clamoroso è quello che ha coinvolto la società Bacchi di Boretto, provincia di Reggio, indagata per avere concesso subappalti a due ditte legate alla ‘ndrangheta cutrese, riconducibili alla famiglia Mattace, ritenuta vicina al potente clan Grande Aracri.
Spesso l’origine dell’insediamento mafioso in Emilia è il soggiorno obbligato. La famiglia Grande Aracri si è insediata da molti anni a Brescello (o “Cutrello” come lo chiamano ironicamente i reggiani), un paese della bassa al confine con la provincia di Mantova, legato alla fama del Mondo piccolo di Giovannino Guareschi. Nel 2003 il clan chiese il pizzo al gestore del bar Don Camillo, in piazza. Racconta Tizian: «Esausto il proprietario chiuse per alcuni giorni il bar e affisse un cartello con scritto: “Chiuso per minacce mafiose ed estorsioni”. Invece di ricevere solidarietà, assistette inerme alla scompar-sa del cartello e dovette subire, si racconta in paese, l’ira del sindaco secondo il quale parlare di mafia avrebbe storpiato irrimediabilmente l’immagine del paese».
Salvatore Grande Aracri, nipote del boss Nicolino, risiede a Brescello, e secondo gli inquirenti sarebbe socio occulto della discoteca Italghisa, una delle più gettonate dell’Emilia. Brescello è gemellato ufficialmente con Isola Capo Rizzuto, la terra dei Nicoscia, alleati dei Grande Aracri. «I calabresi originari del crotonese sono molti, rappresentano un pacchetto di voti importante in grado di cambiare le sorti della politica reggiana». Il rischio di infiltrazioni della ‘ndrangheta è altissimo. Anche la cosca Arena, rivale dei Nicoscia, è molto attiva sull’asse Lombardia-Emilia. Il regista della tregua siglata dai clan rivali nella seconda metà degli anni Novanta è Michele Pugliese, domiciliato a Gualtieri, provincia di Reggio Emilia, dove ha gestito fino al 2009, anno del suo arresto, l’Autotrasporti emiliana.
Nel Modenese sono più attivi i camorristi del Casertano. Non si uccide ancora ma nel 2007 fece scalpore a Riolo, frazione di Castelfranco Emilia, la gambizzazione dell’imprenditore edile Giuseppe Pagano su ordine del clan dei Casalesi. E poi botte, minacce, incendi, «segnali inquietanti che nella provincia di Modena accadono con frequenza cadenzata». Dal 2007 al 2010 i dati della prefettura di Modena hanno registrato 350 incendi dolosi, con obiettivi pizzerie, bar, escavatori, gru, cantieri, bancali, camion.
Il libro di Tizian non è una raccolta di atti giudiziari ma un mosaico di storie diverse (e sarebbe interessante capire quale sia quella che ora lo condanna alla clandestinità). Storie anche poco note come quella di Peppe, che aveva lasciato la Locride per laurearsi in medicina al Nord, a Pavia, dove si ritrova a coprire la latitanza di “Ciccio Pakistan”, il rampollo della ‘ndrangheta Francesco Pelle costretto sulla sedia a rotelle. O quella di Maurizio Luraghi, imprenditore lombardo, invitato anche ad Annozero come vittima di estorsioni, ma rivelatosi uomo di fiducia della cosca Barbaro. A conferma che, nella zona grigia dove il crimine diventa business e la mafia si mette il vestito buono, tutti possono confondere il bianco e il nero.
di Giovanni Cocconi, su Europa
(1 febbraio 2012)
Io mi chiamo Giovanni Tizian
Giovanni Tizian, giovane giornalista autore di Gotica - Round Robin editrice – sconvolgente libro inchiesta sulle mafie al nord, è costretto a vivere sotto scorta perché minacciato dai clan.
Giovanni Tizian, scrittore e giornalista precario della Gazzetta di Modena, viene minacciato per il suo lavoro. Ad un mese dall’uscita di Gotica, il libro inchiesta che racconta traffici e ingerenza dei clan sul nord Italia, Tizian si trova di fronte a minacce che rendono necessaria una scorta per la sua tutela. Collaboratore del portale rivistaonline.com e liberainformazione, oggi scrive per il mensile Narcomafie, stopndrangheta.it, linkiesta.it ed è anche membro dell’associazione antimafie daSud.
La descrizione di come le mafie abbiano messo radici nel nord Italia, oltre la linea Gotica e fin dentro il cuore produttivo del Paese, è il risultato del lavoro giornalistico svolto da Tizian in questi anni. Figlio di un bancario di Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, barbaramente ucciso dalla ‘ndrangheta il 23 ottobre 1989, emigra con la mamma per sfuggire alla dura realtà del sud. La scelta di fare il cronista nasce proprio dall’esigenza di raccontare la trasformazione della società rispetto alla presenza e allo strapotere delle mafie nel nord.
Gotica racconta l’influenza dei clan nella politica e nel sistema produttivo tanto nella verde padania leghista, quanto nel cuore dell’Emilia rossa. Milano, Torino, Genova, Bologna… non c’è luogo oggi in Italia che si possa ritenere libero dal potere criminale dei clan.
Da ieri, 11 gennaio, è partita la campagna Io mi chiamo Giovanni Tizian di daSud: incontri, iniziative, presentazioni, dibattiti, campagne web e di comunicazione, per difendere il cronista e militante dell’associazione, Giovanni Tizian, costretto a vivere sotto scorta.
Per saperne di più ed aderire:
www.iomichiamogiovannitizian.org
Giovanni Falcone
La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.
Cose di Cosa Nostra
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Sbarcano a Palermo le navi della legalità
Políticos, empresarios, banqueros: ésta es la Mafia
Parliamo di Pippo Fava, giornalista, scrittore, sceneggiatore di teatro e cinema, che fu assassinato dalla mafia la notte del 5 gennaio 1984. La sua storia arriva nelle librerie italiane grazie ad una collana di fumetti antimafia che si distingue per il suo approccio giornalistico.
E’ Marco Nurra a scriverlo su El Mundo, guardando con interesse alla figura del giornalista siciliano ed al lavoro di ricerca giornalistica compiuto da Luigi Politano e Luca Ferrara. Un lavoro che ha catturato l’attenzione della stampa spagnola, dimostrando come si possa parlare di mafia anche fuori dall’Italia facendo anche con un fumetto memoria e informazione.
¿Qué es la Mafia? La producción cultural de las últimas décadas ha influenciado la respuesta sobre la organización criminal más conocida del mundo. Películas de extraordinaria fama como ‘El Padrino’ han contribuido a la formación de una imagen con un punto romántico de ‘Cosa Nostra’.
Pero, ¿de quién estamos hablando? ¿De un Marlon Brando que nunca rechaza un favor el día de la boda de su hija? ¿O de Kevin Costner, Sean Connery y su cruzada para acabar con el imperio de un De Niro-Al Capone?
Hablamos de Pippo Fava, periodista, escritor, guionista de teatro y cine, que fue asesinado por la Mafia la noche del 5 de enero 1984. Su historia llega a las librerías italianas gracias a una colección de cómic antimafia, que destaca por su enfoque periodístico.
Olvidados los estereotipos ‘italo-americo-hollywoodienses’ surge una Mafia hecha por polÍticos, empresarios y ‘arquitectos’ del crimen, que no deja espacio a los ‘simpáticos’ matones de la serie ‘Los Soprano’ o a los carismáticos jefes de barrio de ‘Una historia del Bronx’.
El espíritu de la antimafia
‘Pippo Fava, el espíritu del periodismo’ es la segunda entrega de la colección ‘Libeccio’, un experimento editorial de Round Robin y de la asociación daSud Onlus, inaugurado el año pasado. El nombre es indicativo: el ‘Libeccio’ es un viento que procede del sur-oeste y lleva consigo calor y temporales. Así, los autores -el periodista Luigi Politano y el dibujante Luca Ferrara- quieren llevar a los lectores memorias e historias antimafia a través de un viaje en viñetas.
Fava, fundador del periodico antimafia ‘I Siciliani’, no fue solo un periodista mordaz. Era un valiente intelectual apreciado por su sencillez y honestidad. ‘Pippo’, como lo llamaban todos, había entendido una cosa que quizás le costó la vida: “los mafiosos están en Parlamento, los mafiosos de vez en cuando son ministros, los mafiosos son banqueros, los mafiosos – explicó el periodista en su ultima entrevista – son aquellos que en este momento están al mando del país“.
Después de 26 años, “intentamos llevar por delante aquel mensaje con nuestra obra”, explica Ferrara, quien subraya la fuerza del arte en la lucha contra la ‘Cosa Nostra’. “A veces por distracción, por pereza o a causa de la insuficiencia de los medios, las personas no se enteran completamente del problema. Tal vez, un ‘filme’, un libro o, en este caso, un cómic puede llegar a romper el silencio que envuelve este tema”.
Además, la obra, gracias a los contenidos extra, sirve como fuente periodística de los hechos que llevaron a la muerte de Pippo Fava, asesinado con cinco balas calibre 7,65 a la nuca por orden del ‘jefe’ de Catania, Nitto Santapaola, ahora condenado a la cadena perpetua tras 18 años de proceso.
No es la primera vez que vemos ‘Cosa Nostra’ en viñetas. Existen otros cómics como el libro sobre ‘Peppino Impastato’, de Marco Rizzo y Lelio Bonaccorso, o ‘Brancaccio’, de Claudio Stassi, presentado el año pasado en el Salón del Cómic de Barcelona. Los mismos Politano y Ferrara no excluyen una posible ‘exportación’ de su obra.
Antes de final de año la colección ‘Libeccio’ publicará otras dos ‘novelas gráficas’, según informa Politano: “Una dedicada a Giancarlo Siani, que saldrá en el aniversario de su muerte, el 23 de septiembre, y otra sobre Natale de Grazia“, otras dos víctimas de la mafia italiana.
di Marco Nurra, su El Mundo
(28 maggio 2010)
Leonardo Sciascia a 20 anni dalla morte
Credo che se sono diventato un certo tipo di scrittore lo devo alla passione antifascista. La mia sensibilità all’antifascismo continua ad essere assai forte, lo ricordo ovunque, persino quando il fascismo riveste i panni dell’antifascismo. E resto sensibile all’odierno, possibile, fascismo italiano. Il fascismo non è morto. Convinto di questo, sento una grande voglia di combattere ed impegnarmi di più, di essere sempre su questo fronte.
Con queste parole Leonardo Sciascia descrive la sua passione per l’impegno civile, un tema costante nella sua produzione narrativa e nella sua attività istituzionale. Due anime, quella politica e letteraria, che nella sua figura si fondono in un binomio inscindibile, tanto da rendere impensabile la comprensione dello Sciascia scrittore senza passare attraverso lo Sciascia uomo politico. E viceversa. A ricordare questo personaggio quasi unico del Novecento italiano, a vent’anni dalla morte, un convegno organizzato dal circolo culturale Enrico Berlinguer di Albano Laziale.
“I liceali degli anni ’60 devono molto ai suoi libri, perché è attraverso le sue opere che si sono formati un’idea della Sicilia e della mafia – spiega Carmelo Ucchino, responsabile delle attività del circolo – Il fenomeno mafioso, in quelle pagine, non viene raccontato con autocommiserazione né con autoassoluzione. In poche parole – conclude – vengono disvelate cose che, all’epoca, nessuno voleva vedere”. La mafia che emerge dai suoi scritti non è “la mafia dei ladruncoli di bassa lega, ma quella dei personaggi che rivestono importanti ruoli pubblici – ricorda Emanuele Macaluso, giornalista, ex direttore de L’Unità e un passato nella segretaria regionale del PCI – Sciascia ha avuto il pregio di insegnare al mondo cosa fosse realmente il fenomeno mafioso, descrivendo la sua appartenenza alla società. Solo con una battaglia culturale si può tentare di sradicarlo – commenta – In questo caso il giustizialismo non sortisce alcun effetto”.
Ricorrente, nei suoi scritti, il tema della legalità, dell’amministrazione della giustizia e della sua applicazione da parte di uno Stato contro cui il singolo individuo si trova a lottare. La coerenza della sua “missione letteraria” trova terreno fertile nella stagione politica di quegli anni, che lo vede prima nelle fila del PCI, da cui si allontana perché contrario al compromesso storico, poi come deputato del Partito Radicale e membro, fino al 1983, della commissione parlamentare di inchiesta sulla strage di via Fani e sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. Lavoro politico e produzione intellettuale che seguono percorsi paralleli, seppure destinati a confluire in un unico fine: la ricerca della verità, nuda e cruda, senza artifici o astrazioni. Il suo stile narrativo, secco e lucido, diventa uno strumento con cui costruire un contropotere che permetta alla società civile di non soccombere dinanzi allo Stato. Un uomo che ha saputo assumere su di sé delle responsabilità politiche molto forti. Un intellettuale che ha vissuto il suo impegno nella società civile non senza una punta di malinconia per un Paese, l’Italia, prigioniero di alcuni meccanismi, cui egli stesso ha cercato di dare delle risposte.
La stessa malinconia che emerge in alcuni passi di un carteggio intercorso con la scrittrice Anna Maria Ortese, contribuendo a rendere le sue parole davvero attuali, oggi più che mai:
Che cos’ è questo Paese? Un Paese, sembra, senza verità; un Paese che non ha bisogno di scrittori, che non ha bisogno di intellettuali. Disperato. Pieno di odio. E nella disperazione e nell’odio propriamente spensierato, di una insensata, sciocca vitalità.
Valeria Nevadini
Palermo, 30 gennaio 1962: Serafina Battaglia
E’ la prima donna di mafia che spezza il muro dell’omertà per vendicare l’assassinio del figlio Salvatore, rivelando in tribunale i nomi degli assassini, dei mandanti e degli esecutori. Diventerà da quel momento testimone in molti processi.
Ho avuto coraggio … ma io senz’altro tutto quello che so dico, sempre, anche di notte, se mi chiama la polizia io dirò tutto, perché non ho paura di nessuno. Che penso della mafia? Che fa schifo … questo penso della mafia, che fa schifo. (“La vedova della lupara”, Tv7, 1964)
Le donne che in passato hanno raramente avuto una parte decisiva nella vita dei mafiosi, hanno assunto un ruolo determinante: sono decise e sicure di sé, sono entrate in rotta di collisione con il mondo chiuso, oscuro, tragico e ripiegato su se stesso di Cosa Nostra. (“Cose di Cosa Nostra”, Giovanni Falcone)
L’isola che c’è, la Sicilia che si ribella al pizzo: Filippo Conticello a Fahrenheit
A quasi due anni dalla prima festa pizzofree organizzata dalla Focacceria San Francesco a Campo de Fiori, a Roma, e in altre piazze di Italia, torniamo a parlare degli imprenditori che non pagano il pizzo, “imprenditori coraggiosi, che hanno deciso di ribellarsi al racket delle estorsioni mafiose”. Ne parla Marino Sinibaldi a Fahrenheit con Filippo Conticello, autore de L’isola che c’è, la Sicilia che si ribella al pizzo, e con Vincenzo Conticello (casualmente omonimo dell’autore), proprietario dell’Antica Focacceria San Francesco.
Sul nostro canale Youtube e sul nostro sito l’intervista a Filippo Conticello …
e l’intervento di Vincenzo Conticello …
L’isola che c’è di Filippo Conticello, collana Fuori rotta – Rassegna stampa – Booktrailer e media
























