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Archivio per memoria

Paolo Borsellino, il ricordo di Don Luigi

Tutti dobbiamo assumerci la nostra responsabilità. E’ responsabile chi risponde alla propria coscienza. … Oggi c’e’ una grande schizofrenia tra quello che si dice e quello che si fa. La responsabilità non va richiesta soltanto alle istituzioni ma anche ai singoli cittadini. … Oggi c’è una malattia mortale, molto diffusa, che sia chiama rassegnazione o delega. Dove sono gli altri milioni di italiani? La mancanza di profondità è un peccato mortale che non possiamo permetterci.

Don Luigi Ciotti
Palermo, 19 luglio 2011 (fonte ANSA)

Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.

Paolo Borsellino

Prosegue la Lunga Marcia della Memoria: serata di video e musica ed il cammino sui sentieri della memoria

La Lunga Marcia della Memoria, giunta alla sua terza edizione, attraverserà il Sud Italia, dalla Calabria alla Puglia, durante i mesi di luglio, agosto e settembre per ragionare sui nuovi linguaggi antimafia. Musica, performance, fotografia, murales, fumetti, video, scrittura sono solo alcuni dei mezzi espressivi che caratterizzeranno le giornate dell’associazione daSud, strumenti adottati per raccontare nuove storie, rivendicare diritti civili e sociali, promuovere la partecipazione dei cittadini contro le mafie, chiedere giustizia e verità sulle vittime innocenti delle mafie. Ricominciare da sud la Lunga Marcia che porta dalla memoria al futuro.

Dopo il blitz del 7 luglio a Roma a Piazza di Spagna, Il Sud frana e le mafie se la ridono dal Ponte, e la partecipazione il 19 luglio a Reggio Calabria a Tabularasa, contest di editoria di inchiesta e di denuncia, nel quale daSud ha incontrato Gherardo Colombo (Danilo Chirico e Alessio Magro, associazione daSud, hanno anche ritirato il premio per il libro-inchiesta Il caso Valarioti), prosegue la marcia con un fitto programma che si chiuderà a settembre.

Stasera, 21 luglio, ad Isola di Capo Rizzuto (KR) sarà la volta delle video proiezioni e della musica: al Camping San Paolo alle ore 20 Calabria da morire con la proiezione alle ore 21.10 dell’inchiesta di daSud per Vanguard Scuole tossiche; seguirà il concerto di Popucià Band.

Domani, 22 luglio, partirà da Locri il cammino: dalle ore 8 del mattino daSud sarà in marcia sui sentieri della memoria, a piedi da San Luca a Pietra Cappa per le vittime della ‘ndrangheta.

Per amore del mio popolo

Il 19 marzo 1994, alle 7.30 del mattino un killer entra nella sagrestia della Chiesa di San Nicola a Casal di Principe e uccide don Peppino. Aveva solo 36 anni.

Don Peppino Diana era un prete di quelli rari. Coraggioso e ostinato, non ha mai abbassato la testa di fronte a nulla. Peppe con il cuore scout e il vangelo in mano, nel 1991 si fa promotore di un attacco diretto contro i clan di Casal di Principe, la sua terra, sottoscrivendo un documento che resterà una traccia indelebile nella lotta contro il crimine organizzato. Per amore del mio popolo è il titolo di questo documento.

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.

La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.

E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.

La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale.

Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa;

Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).

E’ possibile leggere il testo dell’intero documento sulle pagine del Comitato don Peppe Diana.

La famiglia di Don Peppe Diana

Lo scorso anno per i 15 anni dalla morte di don Peppino Round Robin Editrice e daSud onlus hanno consegnato ai genitori di don Diana la graphic novel che racconta il sacerdote anticamorra, partecipando alle giornate di ricordo e sensibilizzazione organizzate dal Comitato don Peppe Diana e da Libera Caserta.

Oggi, nel sedicesimo anniversario e in occasione della XV Giornata della Memoria e dell’Impegno, Libera Caserta e il Comitato don Peppe Diana ricordano ad Aversa il sacerdote ucciso dalla camorra con un concerto

Appuntamento in P.za Ruberti, alle ore 18:30, assieme a A VIA ‘E PERRUNI, BLUNT SMOKERZ GANG, CARMINA BURANA, KATRES, COMUNICATTIVI, DUO CHITARRE AVERSANO ASCIONE, EFFETTO VENTURI, FRANCESCO MENNILLO, IVAN GRANATINO, LETTI SFATTI, PALKOSCENICO, BRIGATA VESUVIANA, VOTTAFUOCO, e con YURI MONACO, ANTIMO BUONANNO, PASQUALE BUGLIONE, GIOVANNI GRANATINA.

La Round Robin, ad un anno dall’uscita del fumetto, ricorderà don Peppino, assieme a daSud onlus, il 26 marzo, nella presentazione che si terrà al Punto Einaudi di Nocera Inferiore (SA).

A proposito di memoria

Sono le parole di una canzone, “se fosse ancora vivo mio nonno”, a farmi riaffiorare alla mente un episodio, uno dei pochi raccontatomi da mio nonno, di guerra. Ricordo quel suo racconto pieno di immagini, che oggi mi appaiono un po’ sfocate, rappresentate con quella semplicità che a volte credo un po’ mi appartenga. Nonostante il nome che porto, mio nonno non era americano, ma italiano, viveva nel Lazio e nel Lazio ha vissuto la guerra, lontano da Roma, quando hanno costretto la gente delle città bombardate a rifugiarsi nelle campagne. Non so molto della sua guerra, solo questo racconto mi torna alla mente, forse perché unico, tra le tante storie che ci ha raccontato, di nomi scritti sulle lapidi di un piccolo cimitero di paese.

Il racconto contiene un episodio, breve quanto forse poco significativo per chi non l’ha sentito raccontare e per chi non conosceva quell’uomo che era mio nonno. E’ rimasto invece impresso nella mente di un ragazzo che poco conosceva della guerra reale, e quel che conosceva aveva il sapore di una distanza storica da libri di storia studiati a scuola. E’ rimasto nella mia mente impresso, pur ricordando poche parole, come una fotografia sfocata, nella quale specchiarsi ed attorno al soggetto ricordare ricostruendone i contorni.

L’episodio racconta di un uomo, rifugiatosi nella campagne laziali, che viene catturato dai tedeschi, preso e condotto ai lavori. Così com’è stato preso e catturato è costretto a lavorare in un campo, con una pala o con una zappa, a seconda dell’esigenza, uno di quei lavori che è più comodo fare con meno impedimenti possibile. Questo il motivo per cui, secondo il comandante di turno, un prigioniero con la giacca non lavorava bene.

Quest’uomo, arrivato sul campo, aveva avuto modo di scambiare poche battute con un altro uomo, a lui sconosciuto, il quale, pur non rivelando la sua identità, aveva il privilegio di non lavorare e se ne stava seduto in disparte. Seduto a terra, appoggiato a dei sacchi che sembravano pieni di terra. Diversi sacchi accatastati che gli facevano da schienale e da cuscino. Così seduto non aveva usato molte parole, ma aveva fatto intendere al nuovo prigioniero, con un gesto della mano eloquente, che da li a qualche decina di minuti dopo avrebbe avuto l’occasione per fuggire. Poi era rimasto li, con gli occhi socchiusi, ed era sembrato al nuovo arrivato appisolarsi tra quei sacchi che sembravano morbidi cuscini.

Tra la polvere del campo e il sudore del lavoro si avvicino quel tedesco, probabilmente un comandante, o comunque non un soldato semplice. Lo si capiva dal fatto che controllava, passeggiando nel campo, con i gradi sulla giacca e con l’atteggiamento di colui al quale non può sfuggire nulla. Ai suoi occhi quell’uomo con la giacca non svolgeva agevolmente il suo lavoro, non era messo nelle condizioni ottimali, così gli ordinò di togliersela.

Il nuovo prigioniero, mio nonno, aveva però una pistola sotto la giacca ed oppose resistenza, cercando una scusa per non farsi scoprire. La scoperta dell’arma gli sarebbe costata la vita. In quei momenti forse si sente una paura forte che ti fa venire il coraggio di reagire o ti immobilizza, sta di fatto che per quell’uomo strattonato non ci sarebbero state alternative, se in quel momento l’uomo seduto sui sacchi non si fosse alzato, avesse preso il comandante per il collo della giacca ed avesse alzato il pugno.

Ha alzato il pugno per poi probabilmente scagliarlo contro il comandante mi raccontò mio nonno. Ma questo lui non ha potuto vederlo. Con la pistola sotto la giacca non fece altro che iniziare a correre, correre veloce senza mai voltarsi dietro, fino a che non si senti al sicuro in una radura. Chi era quell’uomo non l’ha mai saputo, cosa lo avesse spinto a quel gesto e che cosa sarebbe stato se lui non l’avesse compiuto.

B. T. King

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