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antonino caponnetto

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Gotica in libreria. Bologna, Milano, Ferrara, Napoli

Dopo le presentazioni in libreria di Bologna e Milano, oggi pomeriggio, sabato 25 febbraio, alle ore 18, Giovanni Tizian presenta Gotica. ‘ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea, alla libreria Melbookstore di Ferrara, in piazza Trento e Trieste. Con l’autore interverrà Daniele Predieri della cronaca giudiziaria de La Nuova Ferrara.

Lunedì 27 febbraio, Giovanni Tizian sarà invece a Napoli, presso la Feltrinelli librerie di Santa Caterina a Chiaia. Appuntamento alle ore 18.

Assieme alla presentazioni prosegue la seconda fase della campagna Io mi chiamo Giovanni Tizian, organizzata dall’associazione daSud a sostegno del giornalista, con le buone pratiche antimafia …

Milano 1969: indagine senza fine sulla madre di tutte le stragi

“La bomba e la Gina. Intorno a Piazza Fontana” è un romanzo insieme storico, giallo e generazionale sull’attentato che, oltre 42 anni fa, diede inizio all’epoca del terrorismo eversivo e di Stato. I fatti veri s’intrecciano e quasi si confondono con un piano di fiction, utile a svelare o a riraccontare le molte verità che stanno dietro a quella fatale esplosione. L’autore si cala nei panni delle vittime, ma anche in quelli di Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico morto precipitando da una finestra della questura meneghina.

In Italia, una delle più importanti risorse di salvataggio del mercato librario è stata senza dubbio, negli ultimi anni, la letteratura “gialla”. Le librerie ne sono state letteralmente invase e i lettori, complici di buon grado, hanno assistito ad una sua declinazione in molteplici forme, che spesso vantavano, in aggiunta all’appeal connaturato al genere, il richiamo diretto alla cronaca, all’attualità, alla storia delle patrie disgrazie. Dal poliziesco al noir, dalla spy story al thriller, dal giallo psicologico a quello sociale, dal nero metropolitano al romanzo d’inchiesta, questa letteratura ha trovato da noi abbondante materiale di cronaca per l’elaborazione narrativa, e il successo di vendite, com’era da prevedersi, ha influito non poco sulla ricaduta mediatica, con il risultato che anche la televisione, già di per sé largamente incline a cibar gli abbonati di sangue e misteri, ha dato amplissimo spazio ai format di taglio indiziario, che, dalla fine degli anni ’90 in poi, sulla scia dei fortunati programmi di Carlo Lucarelli, hanno ancor più invaso la fascia di prima serata.

Personalmente, trovo ripetitive e noiose la maggior parte di queste trasmissioni -e stucchevole pure la maggior parte di questi volumi (con però alcune notevoli eccezioni), anche allorquando promettano di “far luce” su qualcuna delle tragedie irrisolte della nostra storia politica. Ambientate in una cupa atmosfera da brivido, ricostruiscono e giustappongono indizi plausibili e non, alludono ad accadimenti inspiegabili o indicibili, in bilico tra rivelazione e censure; spandono veleni a destra e a sinistra, affettano una imparzialità che spesso non hanno, allineano, uno via l’altro, il delitto della porta accanto all’assassinio politico, e finiscono per suggerire allo spettatore medio l’aberrante e consolatoria sensazione di essere il solo fuori dalla melma, l’unico innocente in mezzo a tanto crimine: colui che si è salvato, nel suo modesto privato, dalla pubblica rovina.

Per questo dissento sostanzialmente con la definizione di “romanzo- inchiesta”, trascritta sul risvolto di copertina del romanzo La bomba e la Gina. Intorno a Piazza Fontana, di Marco Codebò (Roma, Round Robin Editrice), che ho appena terminato di leggere, tutto d’un fiato. Non è solo il fastidio per una formula troppo abusata, che rimanda, appunto, a prodotti di collaudato successo commerciale. Questo romanzo è molto di più. È, innanzitutto, un autentico romanzo, in cui si intrecciano voci e personaggi, veri e di fantasia, ma spinti, tutti, e costretti dai loro talenti e dalle loro scelte verso un ineluttabile destino: personaggi forti di un loro drammatico spessore o di una loro abietta coerenza che li muovono e li fanno parlare in maniera riconoscibile. È poi un romanzo storico, di ampio e sintetico respiro, che copre l’arco di cinquant’anni svolgendosi lungo l’intera nostra penisola, organizzandosi tra quinte temporali disposte secondo un ordine non cronologico ma “necessario”, atto a spalancare nel cuore degli eventi la vertigine di cause sciagurate, che si rincorrono nel tempo, come generate da una tabe strutturale, di antico contagio. C’è infatti una sottesa diagnosi, che corre parallela al racconto, e che i fatti via via ricomposti dimostrano: da cui deriva un giudizio sullo stato morale della nostra vita civile e da cui dipende il risvolto sociologico del libro, anch’esso ben visibile nell’ordito, che si arricchisce di ulteriori implicazioni in tutti quei capitoli in cui l’autore descrive il retroscena mentale dei protagonisti rimasti nell’ombra, la psicologia del potere, le inclinazioni e le attitudini umane che furono a fondamento, quasi a presupposto, di determinati atteggiamenti ideologici e politici.

La bomba e la Gina, è, infine, anche un romanzo generazionale, in cui l’autore fa riecheggiare le utopie e i disinganni della sua giovinezza e della sua (e nostra) maturità, e in cui chiama il lettore a compiere, insieme a lui, uno spietato esame di coscienza. Esso risuona nel turbamento con il quale Codebò si cala nei panni delle vittime (di Giuseppe Pinelli, prima e dopo lo spartiacque del suo salto mortale) e dei loro congiunti, nell’asciutto cordoglio che si esprime attraverso le loro parole, nel rispetto per quelle vite spezzate, immolate dai signori delle trame oscure sull’altare della patria – la cui storia ne resterà per sempre insozzata.

A ricordare che “tutto è politico”, una “Taimelain” in calce al volume, ricostruisce la cronologia lineare dei fatti e dei personaggi, veri e finzionali, su cui si basa l’intreccio, figurando come opera dell’ignoto ragioniere assunto all’Archivio di Stato per mescolare le carte e far sparire i faldoni: esso reca una nota d’Autore che suggerisce un efficace criterio di orientamento per discernere il vero dal falso: «più un fatto appare impossibile, più alte sono le probabilità che sia realmente accaduto».

Sì, perché le vicende seguite alla strage di piazza Fontana, compresa l’ultima sentenza di Cassazione, hanno realmente dell’incredibile, almeno quanto le piste che se ne dipartono, le quali sembrano condurre, all’indietro, fino ai tempi della Seconda Guerra mondiale, della Resistenza, al confino di Sandro Pertini a Ventotene e alla strage di Portella della Ginestra ad opera del bandito Giuliano; e collegarsi, in avanti, agli eccidi di piazza della Loggia a Brescia, dell’Italicus, della stazione di Bologna e del rapido 904. Nella storia di quelli che in molti pensano essere stati assassinî di Stato, la realtà potrebbe credibilmente superare di gran lunga la fantasia.

Di fatto, nei dubbi che spingono Jeremy Ventura, studente a Rutgers, a partire alla volta dell’Italia per conquistarsi un Master a pieni voti rivelando che cosa avesse in mente Pasolini quando, pochi mesi prima di essere ammazzato, dichiarava di conoscere i mandanti del massacro del 12 dicembre ’69; nelle tesi complottistiche contenute nel manoscritto spedito all’editore da Telemaco Neofytos, PHD in Science Politiche a Princeton, potrebbe esserci molto di vero. I due piani, realtà e finzione narrativa vengono – si può supporre necessariamente – a confondersi: molto di ciò che diremmo figura del vero appare nel romanzo come frutto di illazione da parte di un capace studente americano alle prese con gli italici pasticciacci – e tante “verità” che il libro presenta come frutto di invenzione scaturiscono – i lettori lo scopriranno alla fine – da un’accurata opera di ricerca documentaria, le cui fonti sono dichiarate nella bibliografia del volume, dissimulata tra i Ringraziamenti. Ma come, nella realtà, le trame del complotto sono state ingarbugliate e confuse artificiosamente, così, nel romanzo di Codebò, si intersecano ad arte i piani del resoconto storico e quelli della finzione narrativa. L’evidenza che dal confronto scaturisce è tuttavia istruttiva, perché, se la vulgata ufficiale dei fatti risulta tutt’oggi insufficiente e paradossale e induce a ipotizzare la mala fede di chi si mostra deciso ad accontentarsene, la callida ingenuità della fiction prospetta invece, sulla base dei documenti superstiti, una serie di verità più che possibili.

Non c’è bisogno di essere lettori scaltriti per comprendere che dietro la simulazione romanzesca, che pure tiene e, come dicevamo, tiene molto bene, c’è la vita, quella vera, di chi è rimasto senza giustizia ed anzi ha dovuto subire ulteriori oltraggi: come i familiari di Pinelli, come i parenti delle vittime di strage, che si son visti condannare al pagamento di ingenti spese processuali. E’ lo scandalo di questa realtà inverosimile, che parrebbe uscita dalla penna di uno scrittore troppo estroso, che muove l’autore de La bomba e la Gina, con la forza di un’istanza morale e militante: nella convinzione che se lo Stato etico ancora latita, ed anzi sembra che sui suoi misfatti la Repubblica voglia far calare un non-giudizio tombale, allora l’indignazione dei cittadini e degli scrittori deve trovar modo di esprimersi per perpetuare il senso di una vergogna collettiva, che non si può archiviare né sublimare.

di Simona Cigliana, su Le reti di Dedalus
(Sindacato Nazionale Scrittori, febbraio 2012)

La graphic novel di Pippo Fava in anteprima in edicola!

Da ieri, 28 maggio, e fino a fine giugno, è in EDICOLA in ANTEPRIMA con Carta, Pippo Fava. Lo spirito di un giornale, la graphic novel di Luigi Politano e Luca Ferrara, sul giornalista siciliano ucciso dalla mafia. Sarà possibile trovare il fumetto nelle edicole a questi indirizzi, nelle città di Roma, Milano, Torino, Firenze, Palermo, Catania, Cosenza, al prezzo di 18,00 euro con Carta, ed uscirà in libreria il 4 giugno (prezzo di copertina 15,00 euro).

Catania 1980. Nella Milano del Sud il clan di Nitto Santapaola la fa da padrone e Cosa nostra si intreccia con le istituzioni in un gioco di potere fatto di morti ammazzati, grandi opere, corruzione e fiumi di denaro. In questa terra meravigliosa e maledetta, vive e lavora un giornalista, Giuseppe Fava, che racconta la verità senza tralasciare alcun particolare. Amori, morte, disperazione e bellezza nelle parole di “Pippo” che diventa il pericolo da abbattere a tutti i costi.
Dalla pittura, ai racconti, alle opere teatrali, tutto di Pippo Fava è pieno dell’amore per la sua terra. E proprio dopo un anno dall’uscita de I Siciliani, il mensile di denuncia che ha fatto storia nella lotta per la libertà di informazione, il giornalista verrà ucciso con cinque proiettili sparati a sangue freddo da spietati killer che il 5 gennaio del 1984 decisero di soffocare con le armi la voce di colui che non sarebbero mai riusciti a far tacere.
Il fumetto narra l’esperienza di un uomo che affronta a viso aperto, e con la sola forza delle parole, un sistema che nessun altro ebbe il coraggio di denunciare. Nel 1981 Pippo Fava scriveva: “A coloro che stavano intanati, senza il coraggio di impedire la sopraffazione e la violenza, qualcuno disse: ‘Il giorno in cui toccherà a voi non riuscirete più a fuggire, né la vostra voce sarà così alta che qualcuno possa venire a salvarvi!”.

Fissazioni di una pugliese lombarda andalusa

Ho alcune idee fisse su cosa sta succedendo in Italia. Qualche amico italiano, se ne parlo, mi guarda con ironia: “comoda tu, che te ne sei andata!”. Forse ha ragione, forse no, non tocca a me dirlo e come su quasi tutto, da un po’ di tempo, anche su questa mia condizione di grilla parlante scappata, ho ora un’opinione, subito dopo l’opposta. Infine, da un angolo d’Europa si può ragionare di cose d’Europa – o l’Italia non ne fa più parte? – e forse stando fuori si possono vedere cose che da dentro non si vedono; vale anche l’opposto, naturalmente!

Che ne abbia il diritto o no, dico quale è l’idea fissa principale: che nel mio paese e in particolare nella mia Lombardia buona parte dell’involuzione che si è vissuta in questi anni sia poggiata sullo stile di vita quotidiano in cui si è pian piano scivolati, più che su grandi e generali opzioni politiche;   e che questo stile di vita sia in parte trasversale a persone di diversa appartenenza ideale e di diversa condizione economica; e che l’uso demenziale della televisione sia  in buona parte dettato da abitudini che si sono profondamente ammalate, per ragioni che non sono in grado di capire.

Quando vado a Milano, spesso mi trattengo a casa di mia sorella, che è molto vicina a corso Buenos Aires, pieno di negozi e di bar, e c’è anche una grandissima libreria Feltrinelli. Se esco al sabato  pomeriggio o alla sera di qualsiasi giorno feriale, o alla domenica, e cerco nei dintorni un bar in cui sedermi con un amico, non lo trovo, aperto: per farlo, dovrei andare nelle vicinanze del Duomo, dove una bibita costa dieci euro, se te le portano al tavolino. Quando vado a Bergamo e mi fermo per qualche giorno da una mia amica che abita non lontano da dove abitavo io quando vivevo in questa città – e non è periferia -, se devo uscire da sola alle otto di sera, mi fanno impressione le strade percorse da veloci passanti che non conosci: l’Urlo di Munch, non tanto per il personaggio in primo piano, che pure c’è, ma per quelli che se ne vanno dando le spalle. E l’aria è  più nera, e le persone scappano via più veloci che nel quadro. Certo, cinema, teatri, ristoranti, pizzerie, case di amici sono a tua disposizione: ma questi non sono luoghi di incontro che rendano viva e umana la città, e alcuni costano troppo, non consentono di andarci spesso.

E penso anche ai nonni che non solo in Lombardia, in tutta Italia, si tengono in casa un pitbull, e il cane impazzisce e fa del male al nipotino: nonni che hanno scelto la strada dell’idiozia criminale, e non so perché. “Il cane è stato sempre buono, non ha mai fatto male a nessuno, non capisco che gli sia successo”: mi pare di sentirli, tutti dicono la stessa cosa. E ho letto tempo fa che da un caseggiato di Pavia che si trova vicino a un asilo nido sono partite proteste contro le voci dei bambini, diverse persone, non so quante, hanno chiesto alle maestre di tenerli distanti dal lato del giardino che dava verso le loro finestre. E si potrebbe continuare, come tutti sanno: e non si capisce perché accada ciò nel cervello delle persone.

Non so che succederà ora in Italia e se il morbo potrà contaminare altri paesi d’Europa.

Conil de la Frontera, dove abito ora, ha una spiaggia infinita, e violenze di strada contro passanti non ce ne sono. D’estate, purtroppo, da qualche anno alcuni turisti praticano il rito del botellon, della sbronza collettiva per strada, e poi litigano anche duramente fra loro. La cosa sta preoccupando gli amministratori. Ma il botellon non scatena attacchi verso altri che non prendano parte al rito, non servono i cani a combatterlo. Eppure ho pure visto l’estate scorsa qualcuno che portava con sé un pitbull e alcuni che sulla spiaggia avevano slegato il loro doberman perché facesse il bagno, nello stesso mare pieno di bambini e di genitori.

Gli andalusi sono abbastanza pacifici con il prossimo, sono poche – certamente ci sono, ma sono poche – le persone che si arrabbiano con i vicini per piccole molestie quotidiane. I vecchi e le vecchie escono come i giovani, le señoras mayores amano ballare e sedersi al bar: non è un fatto di colore e di folklore, è un non restare ore e ore di fronte alla scatola illuminata: se si rimane troppo chiusi, è facile che si diventi pazzi, di una pazzia cattiva.

Eppure a Granada sia i socialisti sia i popolari hanno votato in consiglio comunale, qualche mese fa, di “ripulire” la città da mendicanti, da venditori ambulanti e da artisti di strada. E questo mi fa temere e disperare: chi  vogliono imitare?  E penso al paese di Vic, Catalogna, dove, appoggiato in modo abbastanza subdolo dal Partito Popolare nazionale, il consiglio comunale aveva cancellato il diritto degli immigrati irregolari a chiedere il domicilio, e di conseguenza a fruire del sistema sanitario e della scuola per i figli. Però in questo caso sono intervenuti il Presidente del Governo, la Vicepresidente del Governo e il Ministro dell’Interno, denunciando con estrema durezza, anche pubblicamente, l’illegalità di questa decisione. La cosa ha assunto una rilevanza nazionale, e il consiglio comunale di Vic ha dovuto ritirare il provvedimento.

Certo, anche qui ci sono molte contraddizioni, ma forse meno drammatiche rispetto a quelle che  attribuiscono i giornali italiani alla Spagna. C’è quasi il doppio di immigrati – circa l’11%  contro circa il 5,5% dell’Italia; tutti i 700.000 gitani che al tempo di Franco non erano perseguitati, ma vivevano senza diritti, in una condizione di apartheid – i gitani spagnoli sono gli stessi, furono portati dalle stesse ondate di zingari che arrivarono nel tempo in Italia, ma almeno cinque volte più numerosi – si trovano in case, alcune non belle né in buone condizioni. A Madrid, tempo fa, hanno lottato duro, uniti ai payos (i non gitani) poveri di un quartiere povero, e l’amministrazione ha dovuto aggiustare case e strade. I bambini tutti a scuola, c’è un po’ di preoccupazione perché una certa percentuale di loro – come anche di ragazzi payos o figli di immigrati – non riescono a concludere l’Eso, che press’a poco è allo stesso livello del nostro biennio e fa parte della scuola obbligatoria fino a 16 anni (si pensa di portare presto l’obbligo a 18 anni). E sono moltissimi i romeni rom arrivati negli ultimi anni, fino a qualche tempo fa 800.000, come in Italia. Una delle signore che chiedono l’elemosina di fronte ai supermercati mi racconta che abita con la sua famiglia in una casa di campo abbandonata, occupata da loro. Sono già diverse le famiglie che vivono nel paese, in case in affitto. Mi diceva Juan José, un giovane maestro che per un lungo periodo ha fatto da mediatore culturale a Conil per conto della Junta de Andalucia, che è fondamentale per l’integrazione che vivano nel pueblo, che i vicini li conoscano e facciano amicizia con loro. Sta già cominciando a succedere.

La crisi economica in Spagna: per me è un mistero. Vivo nella profonda Andalusia, come vivere in Italia in Sicilia o in Calabria, frequento quotidianamente donne immigrate e vedo precarietà, ma non disperazione; sono diffusissimi, pur se non alti, gli aiuti da parte dello stato e degli enti locali a chi ha perso l’occupazione o non abbia di che vivere. Un’amica mi ha detto che la disperazione c’è, che ha visto vicine piangere perché non sapevano come tirare avanti. Ma so per certo che nell’estate 2008, prima che esplodesse la crisi, la popolazione attiva (occupati più disoccupati che cercano apertamente lavoro, quindi i lavoratori effettivi o potenziali non in nero) era il 52% di quella complessiva. Ho chiesto a economisti amici, ho scritto tempo fa a chi avrebbe potuto darmi lumi, anche alla prestigiosa rivista on-line La Voce, per riuscire a fare un confronto con la situazione italiana, dove mi pareva che la popolazione attiva fosse nel 2008 molto più bassa: non ho avuto risposte. Se fosse vera una differenza grande fra la popolazione attiva italiana e quella spagnola alle soglie della crisi, il numero dei lavoratori in nero, suppongo, già allora avrebbe dovuto essere molto più alto in Italia, e quindi ora i disoccupati che non si vedono molto più numerosi, e forse si spiegherebbe in parte anche così la disperazione e la tristezza che si percepisce nel mio paese persino in autobus e in metropolitana. O si è più arrabbiati solo perché si è più ammalati?

Al telediario spagnolo, qualche sera fa, hanno intervistato alcuni signori che si trovavano in prigione: vestiti abbastanza bene, come si dice… casual? – stavano seduti in cerchio intorno al giornalista e avevano un’aria rassegnata e pacifica: era una maschera? Non so. Si trovavano in prigione per guida pericolosa, non avevano am1mazzato nessuno e neppure fatto del male a nessuno, erano affettuosamente seguiti da una équipe di psicologi che cercava di capire e di far scoprire a loro stessi il perché di comportamenti così idioti. Stasera al telediario si sono ancora vantati, i giornalisti, della drastica diminuzione di incidenti stradali in Spagna, non scordandosi di precisare, ogni volta, che anche un solo morto sulle strade è un prezzo troppo alto. Ipocriti? Non so.

A Madrid, a Barcellona, la vita è più aspra, la crisi morde di più, c’è più delinquenza? Penso di sì. Come nelle grandi città italiane? Penso di no.

Chiudo qui. So bene di aver fatto un ragionamento che si basa su pochi dati, e di aver più volte portato mie impressioni quasi come fossero verità, ed esempi come prove, tremendo vizio dei mass-media e del senso comune di oggi. Per una volta, mi sono lasciata andare al senso comune.

Maria Laura Bufano

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