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Da Capaci a via D’Amelio, Un orsacchiotto con le batterie su Linkiesta

Un’antica leggenda narra che tre fanciulle furono mandate alla deriva sull’isola delle Femmine, e dopo sette anni di segregazione furono riportate sulla costa dalle famiglie pentite per averle punite così duramente. Qui fondarono, in segno di riconciliazione, la città di Capaci, che infatti vuol dire “qui la pace”… ma le stragi del 1992 hanno segnato la fine di una tranquillità solo apparente, perché in realtà da tempo Cosa Nostra aveva piantato qui le sue radici. La storia dei magistrati, nonché amici, Falcone e Borsellino, che hanno vissuto nello stesso quartiere della Kalsa, è accomunata dalla medesima fine: una tragica morte provocata dalle bombe, un nuovo metodo che ha sostituito i colpi di lupara e pistole, una tecnica importata direttamente dall’inferno di Beirut degli anni ’70. A distanza di vent’anni ci si interroga ancora su quanto può essere stato utile il sacrificio dei due giudici se ancora non è cambiata la mentalità della gente, di chi crede per esempio che la mafia non esista.

Elena Invernizzi e Stefano Paolocci, autori del libro “Un orsacchiotto con le batterie. Il depistaggio sulla strage di via D’Amelio” pubblicato dall’editore Round Robin, hanno ripercorso ciò che è accaduto prima e dopo il tragico evento di via D’Amelio, attraverso gli atti e i verbali delle numerose interrogazioni e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia coinvolti nella strage. La voce narrante è un magistrato siciliano che vive tra Procura e Tribunale, le carte da studiare e approfondire sono quelle all’interno del suo appartamento in un condominio, da dove osserva la vita dei vicini senza particolare interesse. All’uomo, che ogni mattina incontra Gianni il portiere intento a correre dietro al figlio che dimentica la merenda, che cerca di abbellire il proprio balcone seguendo i consigli della mamma per far germogliare le piante, che fuma ininterrottamente le sigarette mentre osserva lo splendido panorama della sua città, è affidato il racconto di quegli anni interpretati dai pentiti, come Vincenzo Scarantino, che il 24 maggio del 1995 conferma nell’aula bunker di Rebibbia: “Sono colpevole e ho deciso di dire tutta la verità sulla strage […] Sono stato un orsacchiotto con le batterie e costretto a prendere in giro lo Stato con le minacce”.

Il magistrato che racconta è consapevole di quanto sia difficile per un mafioso uscire allo scoperto, “c’è chi lo fa per avere un tornaconto e chi per calcolo magari sbagliato. Alcuni non rinnegano affatto il loro antico codice d’onore mentre altri si pentono davvero trovando la luce fuori dalla caverna”. Nei ventisei capitoli del testo è descritta una realtà complessa e più fantasiosa di un romanzo giallo dove a muovere le pedine di una scacchiera sono i boss come Totò Riina detto “u curtu”, che nella riunione dei primi di luglio nella villa di Calascibetta dove si stabilirono le dinamiche dell’attentato al giudice Paolo Borsellino dichiarava: “Chistu Borsellino fa cchiù danni che Falcone a Roma”, per poi ricevere l’appoggio da parte di Francesco Messina Denaro, boss di Castelvetrano, padre di Matteo detto “Diabolik”, che sentenziò: “Di Borsellino non deve rimanere niente, neanche le sue idee, deve andare nel dimenticatoio, deve morire e basta!”.

La morte dei due giudici siciliani ha aperto un importante capitolo di storia, e ancora si tenta di sbrogliare la matassa di una fitta trattativa tra Stato e Mafia. Gli uomini che hanno deciso di parlare, nonostante siano ritenuti degli “infami”, rappresentano i pezzi di un puzzle che si ricostruisce grazie allo sforzo di tanti “uomini giusti” come lo erano Falcone e Borsellino, ma che non si riesce mai a completare definitivamente. Cumuli di bugie riempiono i processi dove i collaboratori di giustizia “sono come su un palco di teatro: ripetono ribadiscono replicano confermano oppure contraddicono eccepiscono contestano dubitano […] è curioso come si possa affidare tanta responsabilità alle “propalazioni” di un solo individuo”.

Dietro ad un paravento da corsia d’ospedale hanno raccontato ciò che sapevano Fabio Tranchina, “capello fermo”, Gaspare Spatuzza, “u tignusu”, Salvatore Candura “Raskolnikov”, Vincenzo Calcara “uomo d’onore riservato del clan di Castelvetrano”, Giuseppe Mutulo, “baruni” oppure “mister champagne”, Massimo Ciancimino che parla di suo padre, l’ex sindaco di Palermo, e molti altri che furono protagonisti di quell’esplosione che il 19 luglio del 1992 squassò Palermo e tutta l’Italia civile. Paolo Borsellino era sempre stato consapevole del rischio che correva: lo ribadì pochi giorni prima quando, il 25 giugno, tenne il suo ultimo intervento pubblico dichiarando che c’erano stati tentativi seri per smantellare il pool antimafia fondato dal giudice Rocco Chinnici, ucciso nel 1983 dalla mafia e sostituito poi da Antonino Caponnetto, che confermò come collaboratori del pool Falcone, Borsellino, Di Lillo e Guarnotta.

Il magistrato spiega nelle 285 pagine del bel libro di come si sia sforzato di comprendere cosa scatta nell’animo di un assassino ed è per questo che nel suo lavoro è indispensabile discernere la menzogna dalla verità perché si tratta di una storia “di intrecci mai banali, di incredibili coincidenze [ …]ricca di anomalie, di innocenti finiti in galera e di colpevoli a piede libero. Magari è una storia dal nulla magari invece no”. È una storia studiata all’interno delle stanze del castello di Utveggio, da dove i mafiosi osservavano con un potente cannocchiale Borsellino e la sua famiglia. È da quel castello delle fiabe che si osservano i luoghi palermitani: capo Zafferano, la spiaggia di Mondello, Villagrazia di Carini,il vecchio porto di Hikkara, la torre della Monaca, il colle di Bellolampo, la Conca d’Oro di Palermo, il punto di Sferracavallu, la Resuttana, il Monte Pellegrino, per poi arrivare alle vie che hanno nascosto il segreto della strage, da via Messina Marine, dove si trovava l’autofficina che ha custodito la Fiat 126 poi riempita di tritolo, a Corso dei Mille, zona gestita da uno dei clan coinvolti nell’attentato. Secondo il magistrato le due vie “rappresentano l’anima di Palermo protesa agli orizzonti aperti del Mediterraneo e al contempo prigioniera della speculazione edilizia che negli anni di Vito Ciancimino ne ha fatto scempio e delle lotte fratricide della mafia”.

Il libro nelle ultime pagine ricostruisce l’ultimo giorno di vita di Paolo Borsellino, iniziato molto presto, come era suo solito fare. Quella mattina dedicò il suo tempo a rispondere alle domande inviate dalla preside di una scuola di Padova alla quale scrive: “Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanta io e la mia generazione ne abbiamo avuta”. Mentre era intento a completare l’intervista ricevette la telefonata della figlia Fiammetta che si trovava in vacanza all’estero, per quello che fu l’ultimo saluto, mentre l’ultimo insegnamento lo rivolse alla figlia Lucia, indecisa se affrontare l’esame universitario perché in arretrato con lo studio: “Non è importante il voto ma fare il proprio dovere e portarlo fino in fondo”. Proprio come ha fatto lui nella sua vita, diventando un esempio di giustizia in uno Stato che, più che essergli riconoscente, sembra averlo solo tradito…

Linkiesta, 27 settembre 2012
di Paola Bisconti, su La Perfetta Letizia

Non sono pazzo. Io mi ribello al racket

Non sono pazzo, non mi piace pagare. Io non divido le mie scelte con i mafiosi

È l’11 aprile 1991 e in diretta tv Libero Grassi, industriale tessile proprietario della Sigma di Palermo, racconta la sua vicenda d’imprenditore che rifiuta di pagare il pizzo alla mafia. Il caso varca i confini della Sicilia e diventa di dominio nazionale.Il 29 agosto alle 7.30 muore in un agguato per mano di Salvo Madonia, figlio del boss del quartiere San Lorenzo.

L’omaggio a fumetti de I Siciliani Giovani n.5, dal fumetto Libero Grassi. Cara mafia, io ti sfido di Laura Biffi, Raffaele Lupoli e Riccardo Innocenti.

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Antonino Caponetto. Non è tutto finito @ Una Marina di Libri, Palermo

A vent’anni dalle stragi mafiose che colpirono al cuore l’Italia nel 1992, la round robin presenta a Palermo, a Una Marina di Libri, la graphic novel dal titolo Antonio Caponnetto (non è tutto finito) di Luca Salici e Luca Ferrara, in collaborazione con l’associazione daSud, sabato 2 giugno alle ore 19, presso la Sala delle Armi di Palazzo Steri. Interverranno insieme agli autori Gioacchino Genchi, Armando Sorrentino, Antonio Vesco.

Il fumetto è incentrato sulla figura dell’ex Capo Ufficio Istruzione che diventa il simbolo di una città, di un Paese, che si rialza dall’ennesimo schiaffo, dopo le stragi di via D’Amelio e Capaci. “È finito tutto” dice uno scosso Caponnetto uscendo dall’obitorio dopo l’ultimo saluto a Borsellino. E il rammarico per quella frase detta in un momento di sconforto diventa un motivo in più per farsi coraggio, per riprendere le forze e la speranza, e lavorare sul cambiamento culturale e sulla lotta alla mafia. È l’inizio della primavera palermitana.

La Round Robin porta in anteprima a Una Marina di Libri anche un altro titolo, Un orsacchiotto con le batteria (Il depistaggio sulla strage di via D’Amelio) di Elena Invernizzi e Stefano Paolocci. È un romanzo-inchiesta sul depistaggio lungo due decenni attorno alla strage in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta. In un gioco di pesi e contrappesi saranno le voci dei pentiti a dominare la scena: quella dell’“orsacchiotto con le batterie” Vincenzo Scarantino in primis, sulle cui dichiarazioni verranno istruiti i processi; e quella di Gaspare Spatuzza poi, il collaboratore che ha rimesso in discussione le sicurezze acquisite in tanti anni di indagine.

Due libri che parlano della storia recente del nostro Paese. Che alcuni vogliono dimenticare, ma che non abbiamo il dovere di ricordare. Sempre.

Antonino Caponnetto e il pool di Palermo a fumetti @ Melbookstore Roma

A vent’anni dalle stragi mafiose che colpirono al cuore l’Italia nel 1992, è uscito in libreria, il 23 maggio 2012, la graphic novel, Antonino Caponnetto. Non è finito tutto, di Luca Salici e Luca Ferrara, con l’introduzione di Andrea Camilleri.

Il fumetto è incentrato sulla figura dell’ex Capo Ufficio Istruzione che diventa il simbolo di una città, di un Paese, che si rialza dall’ennesimo schiaffo, dopo le stragi di via D’Amelio e Capaci. “E’ finito tutto” dice uno scosso Caponnetto uscendo dall’obitorio dopo l’ultimo saluto a Borsellino. E il rammarico per quella frase detta in un momento di sconforto diventa un motivo in più per farsi coraggio, per riprendere le forze e la speranza, e lavorare sul cambiamento culturale e sulla lotta alla mafia. E’ l’inizio della primavera palermitana.

Un libro che parla della storia recente del nostro Paese. Che alcuni vogliono dimenticare, ma che noi abbiamo il dovere di ricordare. Sempre.

Alla presentazione, giovedì 24 maggio, presso la libreria Melbookstore di Roma, in via Nazionale 252, ore 18, interverranno Luca salici, autore, Danilo Chirico, associazione daSud, e Claudio Martelli, ex Ministro di Grazia e Giustizia.

Per saperne di più:
Non è finito tutto
Round Robin editrice
daSud
Repubblica.it
facebook

Libero Grassi. Cara mafia, io ti scrivo. Presentazione a Palermo

Questa sera, venerdì 7 ottobre, alle ore 18 presso la Feltrinelli di Palermo (via Cavour 133), Round Robin e l’Ass. daSud presentano Libero Grassi (Cara mafia, io ti sfido), il fumetto di Laura Biffi, Raffaele Lupoli e Riccardo Innocenti, uscito in occasione dei vent’anni dalla morte dell’imprenditore palermitano, per la collana di graphic novel Libeccio. Assieme agli autori e all’illustratrice Beatrice Gozzo, interverranno Pina Maisano Grassi, moglie di Libero, Felice Cavallaro, Corriere della Sera, Danilo Chirico, presidente Associazione daSud, Enrico Colajanni, presidente Libero Futuro, Vittorio Greco, Addiopizzo, Ivan Lo Bello, presidente Confindustria Sicilia, Umberto Santino, presidente Centro Impastato.

La graphic novel ripercorre l’intera vicenda dell’imprenditore palermitano ucciso dalla mafia dopo aver intrapreso un’azione solitaria contro una richiesta di pizzo. Libero Grassi ebbe il coraggio di opporsi alle richieste di racket della mafia, e di uscire allo scoperto denunciando gli estorsori. La condanna a morte di Grassi arriva con la pubblicazione sul Giornale di Sicilia di una lettera sul suo rifiuto a cedere ai ricatti della mafia. La sua lotta prosegue in televisione, intervistato da Michele Santoro a Samarcanda su Rai 3, e anche su una rivista tedesca colpita dal suo comportamento positivo volto a denunciare i mafiosi. Libero Grassi fu lasciato solo nella sua lotta contro la mafia, senza alcun appoggio da parte dei suoi colleghi imprenditori. Per questo fu assassinato il 29 agosto 1991. Il 26 settembre 1991, Michele Santoro e Maurizio Costanzo dedicano una serata televisiva a reti unificate (Rai 3 e Canale 5) alla figura di Libero Grassi. Per il suo omicidio sono stati condannati nel 2004 i boss Francesco e Salvo Madonia.

“Non sono pazzo, non mi piace pagare. Io non divido le mie scelte con i mafiosi”. È l’11 aprile 1991 e in diretta tv Libero Grassi, industriale tessile proprietario della Sigma di Palermo, racconta la sua vicenda d.’imprenditore che rifiuta di pagare il pizzo alla mafia. Il caso varca i confini della Sicilia e diventa di dominio nazionale. Il 29 agosto alle 7.30 muore in un agguato a pochi passi del portone di casa. Il killer è Salvo Madonia, figlio del boss di Brancaccio. Lo ammazza perché può essere un “cattivo esempio” per gli altri commercianti. Potrebbero alzare la testa anche loro. Così invece se ne stanno tranquilli. Libero Grassi quella mattina di vent’anni fa viene ucciso due volte: da Cosa nostra e dall’indifferenza dei suoi colleghi imprenditori. Lo hanno lasciato solo e sopportato con fastidio. Perché fa “tammurriate”. Non è uno che paga e sta zitto. Come fanno gli altri. Ma poi arriva il 1992, con le stragi di Falcone e Borsellino. E nulla è più come prima. La misura è colma. L’indignazione popolare divampa. Per un po’ la reazione sembra sopita ma gradualmente i commercianti palermitani escono dall’angolo, si alleano e seguendo l’esempio di Libero Grassi denunciano gli estortori. Nasce Addio Pizzo e poi l’associazione antiracket Libero Futuro. Ci sono i processi e le condanne. La strada è in salita, ma ormai non si può più tornare indietro. Nessuno ha dimenticato Libero Grassi. Perché il seme della sua ribellione è germogliato. Perché se “un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”, un popolo che ritrova la sua dignità è più forte di qualsiasi mafia. Questo fumetto civile, scritto con il prezioso aiuto dei familiari e degli amici di Libero, racconta la sua storia e la sua eredità a chi non la conosce.

Paolo Borsellino, il ricordo di Don Luigi

Tutti dobbiamo assumerci la nostra responsabilità. E’ responsabile chi risponde alla propria coscienza. … Oggi c’e’ una grande schizofrenia tra quello che si dice e quello che si fa. La responsabilità non va richiesta soltanto alle istituzioni ma anche ai singoli cittadini. … Oggi c’è una malattia mortale, molto diffusa, che sia chiama rassegnazione o delega. Dove sono gli altri milioni di italiani? La mancanza di profondità è un peccato mortale che non possiamo permetterci.

Don Luigi Ciotti
Palermo, 19 luglio 2011 (fonte ANSA)

Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.

Paolo Borsellino

Giovanni Falcone

La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.

Cose di Cosa Nostra

Vedi anche …
Sbarcano a Palermo le navi della legalità

Paolo Borsellino

La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.

Paolo Borsellino

Ci sono personaggi nelle istituzioni e negli alti vertici dello Stato che hanno perso il diritto di commemorare e di piangere Paolo. [...] Palermo è cambiata profondamente da quel giorno, la società non è assente, non parlare di queste cose vuol dire fare un regalo alla mafia e a chi vuole dire che Paolo è stato dimenticato.

Palermo, 19 luglio 2010
Rita Borsellino

La graphic novel di Pippo Fava in anteprima in edicola!

Da ieri, 28 maggio, e fino a fine giugno, è in EDICOLA in ANTEPRIMA con Carta, Pippo Fava. Lo spirito di un giornale, la graphic novel di Luigi Politano e Luca Ferrara, sul giornalista siciliano ucciso dalla mafia. Sarà possibile trovare il fumetto nelle edicole a questi indirizzi, nelle città di Roma, Milano, Torino, Firenze, Palermo, Catania, Cosenza, al prezzo di 18,00 euro con Carta, ed uscirà in libreria il 4 giugno (prezzo di copertina 15,00 euro).

Catania 1980. Nella Milano del Sud il clan di Nitto Santapaola la fa da padrone e Cosa nostra si intreccia con le istituzioni in un gioco di potere fatto di morti ammazzati, grandi opere, corruzione e fiumi di denaro. In questa terra meravigliosa e maledetta, vive e lavora un giornalista, Giuseppe Fava, che racconta la verità senza tralasciare alcun particolare. Amori, morte, disperazione e bellezza nelle parole di “Pippo” che diventa il pericolo da abbattere a tutti i costi.
Dalla pittura, ai racconti, alle opere teatrali, tutto di Pippo Fava è pieno dell’amore per la sua terra. E proprio dopo un anno dall’uscita de I Siciliani, il mensile di denuncia che ha fatto storia nella lotta per la libertà di informazione, il giornalista verrà ucciso con cinque proiettili sparati a sangue freddo da spietati killer che il 5 gennaio del 1984 decisero di soffocare con le armi la voce di colui che non sarebbero mai riusciti a far tacere.
Il fumetto narra l’esperienza di un uomo che affronta a viso aperto, e con la sola forza delle parole, un sistema che nessun altro ebbe il coraggio di denunciare. Nel 1981 Pippo Fava scriveva: “A coloro che stavano intanati, senza il coraggio di impedire la sopraffazione e la violenza, qualcuno disse: ‘Il giorno in cui toccherà a voi non riuscirete più a fuggire, né la vostra voce sarà così alta che qualcuno possa venire a salvarvi!”.

Sbarcano a Palermo le navi della legalità

Il 23 maggio 1992 veniva assassinato dalla mafia Giovanni Falcone, assieme a Francesca Morvillo e la scorta del giudice. Per il quinto anno consecutivo sono salpate due navi, le navi della legalità, portando ragazzi, studenti e adulti a Palermo per commemorarne la morte dei giudici Falcone e Borsellino e soprattutto per non dimenticare. La prima nave partì nel 2006. Vi riproponiamo quel viaggio che Luigi Politano ha seguito nel maggio 2006.

La nave della legalità, di Luigi Politano

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