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Giovanni Falcone
La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.
Cose di Cosa Nostra
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Sbarcano a Palermo le navi della legalità
29 agosto: un fiore per Libero
Il 29 agosto 1991 qui è stato assassinato Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall’omertà dell’associazione degli industriali, dall’indifferenza dei partiti e dall’assenza dello Stato.

Recita così il manifesto che ogni anno la famiglia di Libero Grassi affigge.
Domenica 29 agosto, alle ore 10, per ricordare Libero Grassi a diciannove anni dalla morte, il comitato Addiopizzo, l’associazione antiracket Libero Futuro e la FAI, saranno presenti in via Alfieri.
Siete tutti invitati a portare un fiore in ricordo dell’imprenditore che nel 1991, da solo, ebbe il coraggio di denunciare il sistema delle estorsioni mafiose. Oggi non sarebbe così isolato, affiancato da colleghi che si sono finalmente liberati dal pizzo e dai cittadini che incoraggiano ed appoggiano gli imprenditori onesti.
E’ l’isola che c’è.
Storie di donne migranti
D., 45 anni, è africana, ha un permesso di soggiorno per lavoro e vive in Italia con suo marito A. da quasi dieci anni.
Sono pazienti del Poliambulatorio di Emergency a Palermo, li vediamo quasi tutte le settimane perché A. è sottoposto dai nostri cardiologi a uno strettissimo follow-up per ipertensione arteriosa con insufficienza renale severa.
Poco prima di conoscerci, A. aveva perso il lavoro – e quindi il permesso di soggiorno – a causa dei suoi problemi di salute. Oggi non è più in grado di badare a se stesso.
D. si divide tra il lavoro e l’assistenza al marito. Tempo fa, i nostri ginecologi le hanno riscontrato un enorme fibroma uterino, da asportare con una certa urgenza, ma ogni volta che le si è prospettato l’intervento, D. l’ha rifiutato.
Quando all’inizio di quest’anno la sua situazione si è aggravata, la donna ci ha confidato che il datore di lavoro non l’avrebbe pagata se si fosse assentata per l’operazione. Se poi avesse perso il lavoro, anche il rinnovo del permesso di soggiorno sarebbe stato impossibile.
E poi chi avrebbe accudito A. che non è in grado di assumere da solo la terapia complessa cui è sottoposto? Chi avrebbe cucinato i pasti del suo regime dietetico speciale?
Con un po’ di fatica, siamo riusciti a convincerla ad accettare il nostro aiuto: S., una delle nostre infermiere volontarie, ha organizzato insieme al marito ginecologo l’intervento nell’ospedale dove lavorano; i volontari si sono organizzati in turni per somministrare la terapia ad A., accompagnarlo all’ambulatorio per i controlli e cucinare per lui; altri hanno provveduto a pagare l’affitto di casa per quel mese. Il fibroma di D. pesava 4,6 kg.
J., 21 anni, anche lei africana, fa la baby sitter senza permesso di soggiorno.
È venuta una sola volta in ambulatorio, accompagnata da una nostra paziente abituale.
Mentre andava al lavoro è stata avvicinata da due uomini italiani che l’hanno costretta a salire in macchina e l’hanno portata in un luogo appartato, dove li hanno raggiunti altri due uomini.
Anche la nostra ginecologa è rimasta turbata dal resto del racconto.
Abbiamo proposto a J. di denunciare l’accaduto, ma la ragazza ha rifiutato, chiedendo solo «qualcosa per far smettere il dolore»: uno degli uomini le aveva detto che, se fosse andata alla polizia, loro non li avrebbero mai trovati, ma lei sarebbe finita sicuramente in carcere o rispedita al suo paese.
J. non è tornata all’appuntamento di controllo, fissato dopo un paio di giorni anche per avere la possibilità di parlarle con più calma. Non l’abbiamo più rivista.
tratto dalla Pagina Facebook di Emergency
Nell’aprile 2006 Emergency ha aperto a Palermo un Poliambulatorio per garantire assistenza sanitaria gratuita ai migranti (con o senza permesso di soggiorno) e alle persone residenti in stato di bisogno.
Leonardo Sciascia a 20 anni dalla morte
Credo che se sono diventato un certo tipo di scrittore lo devo alla passione antifascista. La mia sensibilità all’antifascismo continua ad essere assai forte, lo ricordo ovunque, persino quando il fascismo riveste i panni dell’antifascismo. E resto sensibile all’odierno, possibile, fascismo italiano. Il fascismo non è morto. Convinto di questo, sento una grande voglia di combattere ed impegnarmi di più, di essere sempre su questo fronte.
Con queste parole Leonardo Sciascia descrive la sua passione per l’impegno civile, un tema costante nella sua produzione narrativa e nella sua attività istituzionale. Due anime, quella politica e letteraria, che nella sua figura si fondono in un binomio inscindibile, tanto da rendere impensabile la comprensione dello Sciascia scrittore senza passare attraverso lo Sciascia uomo politico. E viceversa. A ricordare questo personaggio quasi unico del Novecento italiano, a vent’anni dalla morte, un convegno organizzato dal circolo culturale Enrico Berlinguer di Albano Laziale.
“I liceali degli anni ’60 devono molto ai suoi libri, perché è attraverso le sue opere che si sono formati un’idea della Sicilia e della mafia – spiega Carmelo Ucchino, responsabile delle attività del circolo – Il fenomeno mafioso, in quelle pagine, non viene raccontato con autocommiserazione né con autoassoluzione. In poche parole – conclude – vengono disvelate cose che, all’epoca, nessuno voleva vedere”. La mafia che emerge dai suoi scritti non è “la mafia dei ladruncoli di bassa lega, ma quella dei personaggi che rivestono importanti ruoli pubblici – ricorda Emanuele Macaluso, giornalista, ex direttore de L’Unità e un passato nella segretaria regionale del PCI – Sciascia ha avuto il pregio di insegnare al mondo cosa fosse realmente il fenomeno mafioso, descrivendo la sua appartenenza alla società. Solo con una battaglia culturale si può tentare di sradicarlo – commenta – In questo caso il giustizialismo non sortisce alcun effetto”.
Ricorrente, nei suoi scritti, il tema della legalità, dell’amministrazione della giustizia e della sua applicazione da parte di uno Stato contro cui il singolo individuo si trova a lottare. La coerenza della sua “missione letteraria” trova terreno fertile nella stagione politica di quegli anni, che lo vede prima nelle fila del PCI, da cui si allontana perché contrario al compromesso storico, poi come deputato del Partito Radicale e membro, fino al 1983, della commissione parlamentare di inchiesta sulla strage di via Fani e sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. Lavoro politico e produzione intellettuale che seguono percorsi paralleli, seppure destinati a confluire in un unico fine: la ricerca della verità, nuda e cruda, senza artifici o astrazioni. Il suo stile narrativo, secco e lucido, diventa uno strumento con cui costruire un contropotere che permetta alla società civile di non soccombere dinanzi allo Stato. Un uomo che ha saputo assumere su di sé delle responsabilità politiche molto forti. Un intellettuale che ha vissuto il suo impegno nella società civile non senza una punta di malinconia per un Paese, l’Italia, prigioniero di alcuni meccanismi, cui egli stesso ha cercato di dare delle risposte.
La stessa malinconia che emerge in alcuni passi di un carteggio intercorso con la scrittrice Anna Maria Ortese, contribuendo a rendere le sue parole davvero attuali, oggi più che mai:
Che cos’ è questo Paese? Un Paese, sembra, senza verità; un Paese che non ha bisogno di scrittori, che non ha bisogno di intellettuali. Disperato. Pieno di odio. E nella disperazione e nell’odio propriamente spensierato, di una insensata, sciocca vitalità.
Valeria Nevadini
Aranciata amara




















